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RICORDIAMO UN EROE

Infelice quel paese che ha bisogno di eroi, dice il saggio. Ancora più infelice, aggiungo io, quel paese in cui c’è bisogno di essere eroi per fare, semplicemente, il proprio dovere, per fare il proprio mestiere in maniera pulita, per essere onesti. Peppino Impastato lo è stato. Peppino Impastato ha osato opporsi alla mafia, sapendo che cosa rischiava, e lo ha fatto da figlio di mafioso, rompendo innanzitutto col proprio padre e facendosene cacciare di casa, ancora ragazzino. Non intendo riproporre qui la sua biografia: altri lo hanno fatto meglio di come potrei farlo io; voglio solo ricordare che la sua vita intera è stata dedicata alla lotta alla mafia: una lotta a trecentosessanta gradi: politica, culturale, informativa. Peppino Impastato viene assassinato nella notte tra l’8 e il 9 maggio del 1978 con una carica di tritolo posta sotto il corpo adagiato sui binari della ferrovia.

Ma la distruzione del corpo non basta: occorre anche la distruzione del nome, dell’onore, della dignità, di tutto ciò che egli ha sempre rappresentato: stampa, forze dell'ordine e magistratura raccontano che Peppino Impastato era un terrorista, spiegano che è saltato in aria mentre preparava un attentato. Occorre la lotta indefessa del fratello Giovanni e della madre Felicia Bartolotta Impastato per ristabilire la verità e far riconoscere la matrice mafiosa dell’assassinio (e voglio approfittare dell’occasione per ricordare anche la grandissima donna che è stata la madre di Peppino,
che alla prosecuzione della lotta del figlio ha dedicato fino al suo ultimo giorno di vita).
Come sempre, quando viene ucciso un grande, qualcosa resta:
l’assassinio di Impastato ha fatto nascere un notevole movimento antimafia, tuttora attivo. Ricordiamolo, mentre i ragazzi di addiopizzo hanno dato vita a una nuova forma di lotta. Ricordiamolo, perché dimenticare chi ha dato la vita in nome della lotta al crimine, significa ucciderlo un’altra volta.

barbara

Pubblicato il 9/5/2006 alle 21.16 nella rubrica Diario.

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