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CONDANNA POSTUMA

Uno dice “ultimo atto”, ma poi salta fuori qualcos’altro, come questo splendido articolo di Gian Antonio Stella (del mio amatissimo Gian Antonio Stella) e allora bisogna proprio postarlo. Perché magari non tutti quelli che passano di qui leggono il Corriere, e non si può correre il rischio che qualcuno se lo perda. E dunque, buona lettura.

«Mai più», «Noi siamo ebrei»: ma la condanna è sempre postuma

«Noi siamo ebrei!», urlò tre anni fa Fausto Bertinotti al congresso del suo partito, per mettere una toppa alla sciagurata scelta di Rifondazione di non abbandonare come i diessini o la Margherita l’indecente corteo «pacifista» con finti kamikaze stracarichi di finti candelotti. Ma aggiunse: «E anche neri, aborigeni, islamici, immigrati, omosessuali, lesbiche...». Al che i critici sbuffarono: vabbè, e pure lapponi, rugbysti, tornitori... Lo sapevano già, come sarebbe finita: parole. La prova provata di come un pezzo della sinistra, al di là delle frasi di circostanza (disciplinatamente versate anche ieri), non voglia fare i conti fino in fondo con il problema, è proprio nel modo in cui le reazioni di sdegno sono arrivate anche ieri solo «dopo» che il caso era esploso a livello nazionale ma anche internazionale. Basti rileggere le cronache di ieri mattina alla manifestazione di Milano.
Scriveva
Liberazione
, ignara della posizione cristallina presa da un patriarca della sinistra quale Pietro Ingrao, che «stupidi insulti esclusi» (per la cronaca: «puttana», «troia», «bastarda») Letizia Moratti «non poteva aspettarsi altro dopo aver invitato a sfilare senza bandiere di parte». Tutto normale. «Più antipatica e sconveniente la contestazione del presidio dei centri sociali in piazza San Babila alla Brigata Ebraica. Sfilano con le loro bandiere bianche e azzurre con la stella di David, che poi sarà adottata da Israele, il 25 aprile è anche loro». Peccato per i fischi agli ebrei, prosegue il quotidiano rifondarolo senza dar peso alle bandiere bruciate, perché il «presidio antagonista» era «andato bene e raccoglieva solidarietà per la libertà degli antifascisti ancora in carcere dopo gli incidenti dell’11 marzo per impedire la manifestazione della Fiamma Tricolore».
Traduzione: il pomeriggio in cui corso Buenos Aires venne messo a ferro e fuoco.
Quanto al
Manifesto
, il titolo (interno) era: «150 mila e due fischi». Incipit: «Chi se la merita una piazza così? Nessuno. Non quelli che sarebbero chiamati a rappresentarla. Non quelli che sono chiamati a raccontarla. E così va a finire che gli uni, e gli altri - ignorando 150 mila persone - perdono tempo e sprecano inchiostro sulla "contestazione" al ministro Letizia Moratti».
Liquidata questa, tre righe dopo era liquidato lo sfregio a Israele: «Naturalmente non può mancare la bandiera di Israele "bruciata" da non si sa bene quale gruppetto "al di fuori del corteo ufficiale"». Ma non basta: «E poi, tanto per seminare un po’ di sdegno, ecco la "contestazione" alla "Brigata Ebraica": passa in piazza San Babila, qualcuno grida "Intifada, Palestina libera, Stato d’Israele terrorista". Dopo aver citato le gesta di dieci/undici manifestanti, va dato conto degli altri 149.989».
Per dirla alla veneta:
pexo el tacòn che el buso
. Peggio il rattoppo dello strappo. Se è vero che i teppisti scatenati contro la Moratti, la Brigata Ebraica e la bandiera israeliana (fantastiche le virgolette a "bruciata") erano un’infima minoranza, fa infatti sorridere Francesco Rutelli quanto sentenzia: «Non tollereremo più gesti simili». Già sentita, grazie. È proprio questo, il punto.
Come scrisse un giorno Adriano Sofri, i «razzisti farabutti o ottusi» non mancano mai, in mezzo alla folla. Ma il pesce nuota solo dove trova acqua: c'è qualcuno disposto a sostenere che un bellicoso cartello bushista e sionista e filoamericano potrebbe sfilare più di due secondi in una manifestazione «rossa» senza esser bloccato, rimosso e stracciato? È qui, il problema: non i tre, dieci o venti «fascisti di sinistra», come li chiama l’ambasciatore israeliano, ma chi in questi anni non li ha isolati. Peggio: ha titillato la loro violenza (verbale, simbolica e peggio) limitandosi troppo spesso a buffetti di circostanza. Andò così coi finti kamikaze che sfilarono senza essere scaraventati fuori al corteo dell’aprile 2002. Andò così col video proiettato a un convegno di Rifondazione dove si sovrapponevano le immagini dei campi profughi palestinesi e dei lager di sterminio nazisti. Andò così quando alla Festa di Liberazione milanese il portavoce della comunità ebraica Yasha Reibman scoprì un muro tappezzato di «vignette impressionanti dove il soldato israeliano che solleva il palestinese con una ruspa o l’altro che posa un mattone sul muro hanno il naso adunco, l’aria malvagia e sono raffigurati secondo i più classici stereotipi antisemiti». Per non dire degli striscioni sugli ebrei «nazisti» o i cartelloni con Ariel Sharon dotato di baffetti hitleriani visti mille volte alle manifestazioni «pacifiste» di questi anni.
Dice oggi Fabrizio Cicchitto che a Milano c’erano martedì «gli indiretti eredi dell’antisemitismo e i repubblichini, una parte dei cui disvalori evidentemente sono trasmigrati al centrosinistra». Parole che in bocca a chi era alleato alle elezioni con Roberto Fiore («Hitler è stato uno statista che ha commesso dei crimini») e Adriano Tilgher («Il Führer era un uomo che lottò per il suo popolo, incorrendo, secondo la storiografia ufficiale, in alcune storture») sono indecenti. Ma la storia di questi anni, che a un certo punto spinse il rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni a una dura protesta («Ce ne ricorderemo al voto»), dice che la sinistra non ha avuto ancora il coraggio, come scrisse Sofri spiegando che «non possiamo confidare nell’Europa e tanto meno amarla se non amiamo lo Stato di Israele», di affrontare fino in fondo questa «terribile retrocessione».
Certo, Massimo Cacciari ha buone ragioni per sostenere che nel suo complesso «la sinistra è innocente, del tutto innocente di ogni antisemitismo» e ciò «va sempre rivendicato, contro ogni cialtroneria».
Così come è difficile dar torto a Rina Gagliardi quando sostiene, su
Liberazione
, che l’accusa di antisemitismo «usata con la pesantezza di una clava» è «un insulto intollerabile per chi è venuto al mondo dopo l’orrore della Shoah, ed è cresciuto nel rifiuto radicale del nazismo e del razzismo». Ma episodi come quello del 25 aprile, ultimo di una lunga serie, dicono che contro l’antisemitismo rosso non tutti hanno fatto abbastanza. E che quei teppisti milanesi si sarebbero sentiti un po’ più isolati se, ad esempio, Rifondazione non avesse candidato Francesco Caruso che solo poche settimane fa disse «meglio Hamas di Mastella». O no?

Parole sante. Speriamo che, oltre a noi, le legga anche qualcun altro.

barbara

Pubblicato il 28/4/2006 alle 23.57 nella rubrica Diario.

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