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SOMALIA, CONSIDERAZIONI POSTUME 6

Quello che invece mi ha letteralmente sconvolta è stato il constatare l’assoluta mancanza di valore della vita umana. Sghignazzavano come matti a vedere la nostra riluttanza a fare cose pericolose, soprattutto quando assolutamente non necessarie e fatte solo per sfizio, come lanciare un pullmino in piena velocità su per una montagnola sabbiosa con una pendenza del 40-45%, con forte rischio di ribaltamento, così, per vedere l’effetto che fa: i bianchi hanno paura di morire, ghignavano dandosi di gomito. E andavano a fare il bagno in mare, un mare infestato di squali, grazie alla geniale idea del governo italiano di costruirgli il nuovo macello direttamente sul mare, nel quale venivano poi gettati il sangue e gli scarti. Anche noi, a dire la verità, ad un certo momento abbiamo cominciato a farlo: come si fa ad avere davanti agli occhi il mare più bello del mondo e restarne fuori? Però prendevamo qualche precauzione: ci informavamo sugli orari e l’altezza delle maree, e nessuno faceva comunque il bagno al lido, nell’immediata vicinanza del macello. I somali invece lo facevano: «Se Allah ha deciso che non è arrivato il mio ultimo giorno, lo squalo andrà da un’altra parte – dicevano – e se invece ha deciso che è il mio ultimo giorno è inutile che eviti lo squalo: succederà sicuramente qualcos’altro». La media era di un morto alla settimana, nell’indifferenza di tutti. Ricordo il guardiano notturno di un collega, diciassettenne, con la moglie incinta. Si attendeva il lieto annuncio, invece è arrivata la notizia che la ragazza era morta di parto, e il bambino pure. Una settimana dopo, mentre ero in giro col collega, abbiamo incontrato il guardiano tutto allegro con una ragazza per mano: «Ciao professore, ciao signora, vi presento la mia fidanzata!» Una settimana dopo che una ragazzina di quindici anni era morta partorendogli un figlio morto. Ma la cosa più agghiacciante di tutte è stata quella mia studentessa alla quale un giorno ho detto qualcosa come: «Tu che sei madre di due figli ...» E lei, tutta giuliva: «No no, uno!» La guardo sconcertata: «Come uno? Se ti ho incontrata una settimana fa con due bambini e mi hai detto che erano i tuoi figli!» E la ragazza, sempre giuliva: «Ah, sì, ma uno è morto».
A quel tempo me lo spiegavo come una necessaria forma di autodifesa psicologica: dove si muore molto, mi dicevo, è inevitabile “farci il callo”, non si può vivere ogni morte come una tragedia quando si passa la vita intera a contare i propri morti. Ma poi, ma poi ... Poi ho sentito madri palestinesi proclamare orgogliose: «Sono stata io a educare mio figlio al martirio!» e «Ringrazio Allah che mi ha concesso la grazia di vedere mio figlio farsi esplodere portando con sé dieci ebrei!» Ho sentito Arafat strillare: «Sono pronto a sacrificare mille martiri bambini per giungere a Gerusalemme» e ho sentito Saddam annunciare: «Combatteremo fino all’ultimo bambino!» E ho letto di quando Sadat ha detto a Golda Meir: «Per il Sinai sono pronto a sacrificare un milione dei miei uomini» (e Golda Meir gli ha risposto: «E io dei miei non sono disposta a sacrificarne neanche uno!»). E tante, tante altre cose così. E adesso non sono più tanto sicura che quella che mi ero data all’inizio fosse la spiegazione giusta.



barbara

Pubblicato il 29/3/2006 alle 0.30 nella rubrica Diario.

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