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24 MARZO

“In questo clima, il 24 marzo 1977, a un anno esatto dal golpe, Rodolfo J. Walsh, dalla clandestinità, rese pubblica la sua Lettera aperta di uno scrittore alla giunta militare, in cui scriveva: «La censura sulla stampa, le persecuzione degli intellettuali, la violazione della mia casa sul Rio Tigre, l’assassinio di amici cari e la perdita di una figlia che è morta combattendovi, sono alcuni dei fatti che mi obbligano a questa forma di espressione clandestina, dopo avere discusso liberamente come scrittore e giornalista per quasi trent’anni. [...] Riempite le carceri ordinarie, avete creato nelle principali guarnigioni del paese virtuali campi di concentramento nei quali non sono ammessi giudici, avvocati, giornalisti, osservatori internazionali. Il segreto militare dei procedimenti, invocato come necessità dell’indagine, trasforma la maggior parte delle detenzioni in sequestri che consentono la tortura senza limiti e la fucilazione senza processo. Più di settemila ricorsi di habeas corpus hanno ricevuto risposta negativa in quest’ultimo anno. In altre migliaia di casi di scomparsa, il ricorso non è stato neppure presentato, poiché si sa in anticipo la sua inutilità o perché non si trova avvocato che osi presentarlo, dopo che i cinquanta o sessanta che lo facevano sono stati a loro volta sequestrati. [...] Attraverso successive concessioni al presupposto che il fine di sterminare la guerriglia giustifichi i mezzi che usate, siete arrivati alla tortura assoluta, atemporale, metafisica, a mano a mano che il fine originale di ottenere informazioni si smarriva nella mente perturbata di chi la esercita, per cedere all’impulso di calpestare la sostanza umana fino a frantumarla e farle perdere la dignità che il carnefice stesso ha perduto, che voi stessi avete perduto. [...] Le tre componenti delle Forze Armate sono oggi la Tripla A, e la giunta da voi presieduta non è l’ago della bilancia tra ‘violenze di segni opposti’, né l’arbitro giusto tra ‘due terrorismi’, ma piuttosto la fonte stessa del terrore che ha perso la bussola e può solo balbettare il discorso della morte».
Il giorno dopo la pubblicazione di questa lettera, Rodolfo Walsh – braccato dagli uomini dell’Esma che erano riusciti a rintracciarlo grazie a un appuntamento rivelato sotto tortura da un compagno – si suicidò con un colpo di pistola per non farsi prendere vivo”. (Le pazze)

Trent’anni fa, il 24 marzo 1976, un colpo di stato militare abbatteva il fragile governo di Isabel Peron e iniziava, in Argentina, il tempo del terrore, che ingoiò 30.000 persone. In un altro 24 marzo, quello del 1980, veniva assassinato monsignor Oscar Romero.

Un periodo nero della storia del piccolo Paese del Centro America. Gli omicidi di poveri contadini e di oppositori al regime erano all’ordine del giorno. Tutti massacri compiuti da organizzazioni paramilitari di destra, protette e sostenute dal governo. Un’era oscura, che vede al potere il generale Carlos H. Romero, il quale vince le presidenziali grazie a eclatanti brogli elettorali. Nel paese dilaga la repressione sociale e politica.
Quando viene nominato vescovo dell’arcidiocesi di San Salvador è il febbraio 1977, ma il suo arrivo non allarma chicchessia: è considerato un “uomo di studi”, un conservatore, non impegnato socialmente né politicamente, quindi non un personaggio scomodo. Da lui ci si aspetta una pastorale aliena dai problemi sociali, una pastorale concentrata sullo “spirito” e sulla salvezza eterna. Ma in poco tempo ogni previsione è smentita.
Monsignor Romero inizia a lavorare con passione accanto ai più poveri, spendendo azioni e parole in nome della giustizia sociale, dei diritti umani, contro la corruzione, la disonestà, la repressione. I fatti tragici che piegano la società, il sangue della povera gente versato in nome della violenza e del potere, coinvolgono il vescovo conservatore, che si trasforma in aiuto e sostegno per l’intero popolo salvadoregno. Continui gli attestati di riconoscimento che gli arrivano dall’estero, per la sua strenua attività vicino ai bisognosi, tutti accettati in nome del popolo del Salvador.
Poi un evento tragico, l’ennesimo. Il gesuita Rutilio Grande viene assassinato per mano dei sicari del regime. Il vescovo reagisce con decisione: vuol sconfiggere l’impunità. Apre un’inchiesta e chiude per tre giorni scuole e collegi. Nelle sue omelie accusa direttamente il potere politico e giuridico. Istituisce una commissione permanente in difesa dei diritti umani. Sono trasmesse anche alla radio. Vengono pubblicate sul giornale “Orientación”. Arrivano alle orecchie di migliaia di persone. Una parte della Chiesa comincia a lasciarlo solo, additandolo come un “istigatore della lotta di classe e del socialismo”. Ma Romero invita a riflettere, a prendere coscienza dei propri diritti e ad agire prontamente per cambiare le cose.
Principi che continua a proferire fino alla fine. Ogni giorno. Senza tregua. Dal ’77 all’80 cambiano i volti al potere ma il risultato è sempre quello: dittatura, violazioni, sangue. E Romero non accetta di desistere nelle sue denunce, nemmeno sotto minacce di morte. “Se mi uccideranno, risorgerò nel popolo salvadoregno”, commenta ogni volta. Poi, in quel caldo marzo tropicale, mentre eleva il calice nell’Eucarestia, viene ucciso. Queste le sue ultime parole: “In questo Calice il vino diventa sangue che è stato il prezzo della salvezza. Possa questo sacrificio di Cristo darci il coraggio di offrire il nostro corpo e il nostro sangue per la giustizia e la pace del nostro popolo. Questo momento di preghiera ci trovi saldamente uniti nella fede e nella speranza”. E i due colpi sordi rimbombano nel silenzio (qui).



barbara

Pubblicato il 24/3/2006 alle 0.33 nella rubrica Diario.

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