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SUCCEDE

Avevo scritto questa cosa l’anno scorso, nell’altro blog. Poiché oggi sono vent’anni esatti, la ripropongo.

Succede che uno nasca in Iraq. Succede che diventi un giovane, brillante ingegnere, con una sfolgorante carriera davanti a sé, ma che questo non gli basti: vorrebbe qualcosa di più. Vorrebbe, per esempio, la certezza che se non uccidi, non rubi, non imbrogli, non violenti, non spacci droga, in galera non ci vai; che se ci finisci perché hai combinato qualcosa, non ti si interroghi con la fiamma ossidrica; che le leggi su cui contare siano quelle scritte: cose così, vorrebbe. Che in Iraq non ci sono, e così succede che decida di scappare. Non da solo: scappa con il suo più caro amico: l’amico di sempre, quello con cui ha diviso l’asilo, la scuola, i giochi, le prime ragazze, tutto. Decidono di andare in Iran, non perché apprezzino Khomeini, ma semplicemente perché è la frontiera più vicina, poi da lì scapperanno da qualche altra parte. Succede che lui riesca a passare, ma il suo amico no: il suo amico ci rimane, sotto le fucilate delle guardie di frontiera. E così si ritrova solo come un cane, in questo paese straniero. Succede che di lì a un po’ lo prendano, “straniero nemico”, in quanto appartenente a un paese con cui c’è una guerra in atto, e quindi automaticamente “spia”. Prigione, fame, sporcizia, torture, infine condanna a morte. Succede che padre e fratelli, scappati prima di lui e sparsi per mezzo mondo, lo vengano a sapere, riescano a mobilitare Amnesty International e che questa riesca a far sospendere l’esecuzione. Non, però, l’ultima macabra e atroce farsa: al condannato viene comunicato che è giunto il momento di eseguire la sentenza: viene portato fuori, messo al muro, bendato, mentre davanti a lui si posiziona il plotone d’esecuzione, il quale spara dieci centimetri sopra la sua testa. Il condannato torna nella sua cella, con la testa spolverata di neve. Succede che finalmente ne venga decretata l’espulsione. Scalo a Roma - dove anche l’anonimo terreno di un aeroporto diventa qualcosa da baciare, religiosamente, in ginocchio, arrivo a Londra, dove finalmente rifiorisce la speranza di costruirsi una vita degna di questo nome.
Succede che ti guardi con compatimento mentre tu ripeti come uno stupido pappagallo cose lette e sentite; e quando ti metti a cantare le lodi del tuo Cavaliere Senza Macchia E Senza Paura sbotti a dire: «Arafat? Ma sei scema? Ma davvero tu credi che le cose stiano così? Davvero pensi che si batta gratis per la causa? Ma tu da dove ti immagini che gli arrivino i soldi? E ti immagini che chi glieli dà, glieli dia in cambio di niente? Ti immagini che a quella gente freghi qualcosa dei palestinesi?» E capita così che, grazie a un arabo musulmano che conosce la storia e che non odia né gli ebrei, né Israele, le tue granitiche certezze sulla Grande E Nobile Causa Palestinese e sulla cattiveria di Israele comincino a incrinarsi.
Capita che un giorno dica: «Non mi sento tanto bene». Capita che dopo qualche tempo dica: «È leucemia».
Capita che per molto, molto tempo ancora, ogni volta che chiudi gli occhi risenti dentro il tuo corpo il movimento di quel corpo caldo, vibrante, appassionato. Vivo. Quel corpo che da vent’anni ormai si sta sfacendo sotto un metro di terra londinese.
Grazie, Jawad.



barbara

Pubblicato il 15/1/2006 alle 0.5 nella rubrica Diario.

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