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PREMIO NOBEL PER LA PACE

Dichiarazioni di Yasser Arafat

"Il nostro obiettivo è la distruzione di Israele. Non ci può essere né compromesso né moderazione. No, noi non vogliamo la pace. Vogliamo la guerra e la vittoria. La pace per noi significa la distruzione di Israele e niente altro." ("Esquire", Buenos Aires, 21.3.1971). "Nulla ci fermerà fino a quando Israele non sarà distrutto. Scopo della nostra lotta è la fine di Israele. Non vi sono compromessi né mediazioni possibili. Non vogliamo la pace: vogliamo la vittoria. Per noi la pace è la distruzione di Israele e niente altro. ("New Republic", 16.11.1974).
Nel 1991 iniziano gli incontri che porteranno, nel settembre 1993, alla firma degli accordi di Oslo e alla “famosa” stretta di mano sul prato della Casa Bianca.
"E' nostro diritto avere uno Stato, e non soltanto sulla carta, perché questo Stato sarà uno Stato palestinese indipendente, che servirà come trampolino di lancio dal quale libereremo Giaffa, Akko (città israeliane, ndr.) e tutta la Palestina" (1992). "La fondazione di uno Stato palestinese in Cisgiordania e in Gaza sarà l'inizio della sconfitta dell'entità sionista. Nella fiducia in questa sconfitta, noi saremo in grado di portare a compimento il nostro obiettivo finale." (1992). "La marcia vittoriosa andrà avanti fino a che la bandiera palestinese sventolerà a Gerusalemme e in tutta la Palestina, dal Giordano al mare, da Rosh Hanikra fino a Eilat." (1992). "Ci sono due fasi del nostro ritorno: la prima fase fino alle frontiere del 1967, la seconda fino alle frontiere del 1948." (1992). "La riacquisizione dei nostri territori occupati è solo la prima tappa sul cammino della completa liberazione della Palestina" (1992). "Non abbiamo posato il fucile. Fatah continua ad avere gruppi armati che continueranno ad esistere. Tutto quello che sentirete [di contrario], serve solo ed esclusivamente per scopi strategici." (1992). "Il nostro primo obiettivo è il ritorno a Nablus [Cisgiordania], poi proseguiremo per Tel Aviv" (1994). "Noi aspiriamo alla fondazione di uno Stato che useremo per la liberazione dell'altra parte dello Stato palestinese." (1994). "La battaglia contro il nemico sionista non è una battaglia che riguarda i confini di Israele, ma l'esistenza di Israele." (1994). "[Il processo di pace] è soltanto una tregua d'armi fino al prossimo stadio della lotta armata. Fatah non ha mai preso la decisione di cessare la lotta armata contro l'occupazione." (1994).
Lo stesso giorno in cui Arafat firmò la "Declaration of Principles" nel giardino della Casa Bianca nel 1993, spiegò la sua azione alla TV giordana: "Visto che non possiamo sconfiggere Israele con la guerra, dobbiamo farlo in diverse tappe. Prenderemo tutti i territori della Palestina che riusciremo a prendere, vi stabiliremo la sovranità, e li useremo come punto di partenza per prendere di più. Quando verrà il tempo, potremo unirci alle altre nazioni arabe per l'attacco finale contro Israele". “Allah volendo, continueremo la nostra battaglia, la nostra Jihad... e ancora una volta entreremo nella città di Gerusalemme come fecero i Musulmani la prima volta” (4 agosto 1999). “La lotta palestinese è Al Qaeda (lett.: la base). La Palestina è la vera Al Qaeda. Coloro che non sono d’accordo possono bere l’acqua del mare di Gaza. Verrà per noi il momento di liberare tutte le moschee e le chiese di Gerusalemme e far sventolare la bandiera palestinese sulla nostra capitale Gerusalemme” (27 ottobre 2001). "Combatteremo su questa terra benedetta, su questa terra benedetta, questo è il nostro messaggio e non è un caso che centoquattro anni dopo il Primo Congresso Sionista e malgrado tutti i complotti orditi e il sangue versato, questa nazione continua a camminare a testa alta e a tenere alta la bandiera, ad Allah piacendo, ad Allah piacendo. Uno dei nostri fiori e uno dei nostri giovani sventolerà la bandiera dalle mura di Gerusalemme, nelle moschee e nelle chiese." (18 dicembre 2001). Giornalista: “Signor presidente, quale messaggio vorrebbe mandare al popolo palestinese in generale e ai bambini palestinesi in particolare?”. Arafat: “Il bambino che afferra la pietra affrontando il carro armato; non è il più grande messaggio al mondo quando l’eroe diventa Shahid? Noi siamo fieri di loro” (televisione palestinese, gennaio 2002). Televisione israeliana, Channel One, 7 febbraio 2002: Arafat, rivolgendosi alla folla a Ramallah promette che prenderanno presto Gerusalemme e che “renderemo un inferno la vita degli infedeli”; quindi intona il canto “Milioni di martiri in marcia verso Gerusalemme”. “Quando Yasser Arafat voleva un cessate il fuoco, lo diceva; quando taceva, era inteso come luce verde a continuare gli attacchi terroristici” (Marwan Barghouti, 29 aprile 2002). Venerdì 11 luglio 2003 Yasser Arafat, nel suo quartier generale a Ramallah, esorta centinaia di bambini di Gerusalemme che prendevano parte ai cosiddetti "Campi estivi", a mettersi a disposizione come "Martiri" (Shadid) della causa palestinese. Il 16 marzo 2004 Yasser Arafat respinge la richiesta del suo gabinetto di usare le forze di sicurezza palestinesi contro le organizzazioni terroristiche e di sequestrare le armi illegali.

barbara

Pubblicato il 18/12/2005 alle 0.17 nella rubrica Diario.

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