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PICCOLA RIFLESSIONE SULLA PENA DI MORTE

La pena di morte, naturalmente, va combattuta di per sé: non solo quando sussistono dubbi sulla colpevolezza; non solo quando il reo si è redento; non solo quando il crimine è commesso da un minorato psichico; non solo quando la sua personalità è stata stravolta da inenarrabili violenze subite nell’infanzia. Di fronte a casi come questi siamo tutti bravissimi a indignarci. Bisognerebbe però essere capaci di conservare l’indignazione anche quando il crimine è particolarmente efferato, il criminale straordinariamente ripugnante, la colpevolezza assolutamente certa e pentimento e redenzione completamente assenti. Bisognerebbe essere capaci di conservare l’indignazione anche quando verrebbe voglia di dire: “Ammazzarlo è ancora poco”. Bisognerebbe essere capaci di conservare l’indignazione anche quando il crimine in questione ci tocca personalmente. Detto questo, bisogna anche riconoscere che casi come quello di Tookie Williams rendono più facile smuovere le coscienze e far riflettere chi è convinto che la pena di morte abbia, tutto sommato, una sua utilità e sia qualcosa che il mondo civile può accettare. Se la sua morte, con l’ondata di indignazione che ha portato con sé, riuscisse davvero a portare qualche cambiamento significativo, forse potrei, col tempo, arrivare a farmene una ragione.
Sarebbe peraltro auspicabile, che la pena di morte non suscitasse indignazione solo quando è targata stelle e strisce, e che in futuro capitasse di vedere qualche sit-in di protesta anche di fronte a qualche altra ambasciata, soprattutto là dove le esecuzioni si sfornano a migliaia ogni anno.

barbara

Pubblicato il 14/12/2005 alle 11.57 nella rubrica Diario.

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