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LETTERA DA UN EBREO DEL MONDO ARABO

Di David A. Harris

Terza parte

Devo sentirmi responsabile di questo?
Forse noi ebrei dei paesi arabi abbiamo accettato il nostro fato con troppa passività. Forse abbiamo fallito nel cogliere l'occasione per parlare della nostra storia. Guarda gli ebrei d'Europa. Loro si sono espressi in articoli, libri, poesie, pezzi teatrali, dipinti e film che raccontano la loro storia. Loro seppero rappresentare i momenti di gioia e quelli di tragedia e lo fecero in una maniera che catturò l'immaginazione di molti non ebrei. Forse sono stato troppo fatalista, troppo scioccato, troppo insicuro del mio talento letterario ed artistico.
Ma quella non può essere la sola ragione per il mio non voluto stato di ebreo dimenticato. Non è che non ho provato ad attirare almeno un po' di attenzione; l'ho fatto. Ho organizzato assemblee e petizioni, allestito mostre, mandato appelli alle Nazioni Unite e ho incontrato i rappresentanti di quasi tutti i governi occidentali. Ma in qualche modo tutto questo sembra assemblarsi a meno della somma delle sue parti. No, questo è ancora troppo gentile. La verità è che, è stato come parlare ai sordi.
Conosci l'acronimo - MEGO? Significa "My eyes glazed over", cioè: "I miei occhi si appannano". Questa è l'impressione che ho avuto spesso nel tentativo di sollevare l'argomento degli ebrei provenienti dagli stati arabi con diplomatici, rappresentanti eletti e giornalisti - "I loro occhi si appannano". (Their eyes glazed over.)
No, non dovrei ritenermi responsabile, sebbene avrei sempre potuto fare di più in nome della storia e della giustizia.
Al momento c'è un fattore molto più importante che spiega tutto.
Noi ebrei provenienti dai paesi arabi raccogliemmo i pezzi dispersi qua e là della nostra esistenza dopo la nostra partenza - conseguita alla violenza, all'intimidazione e alla discriminazione - e ci trasferimmo.
La maggior parte di noi andò in Israele, dove venimmo accolti. Gli anni seguenti al nostro arrivo non furono propriamente i più facili - ricominciammo daccapo e lavorammo per risollevarci. Arrivammo con diversi livelli di istruzione e con poche risorse materiali tangibili. Ma disponevamo di qualcosa in più a sostenerci attraverso il difficile processo di acculturazione ed adattamento: il nostro incommensurabile orgoglio di essere ebrei, la nostra fede profondamente radicata, i nostri stimatissimi rabbini e i nostri usi e costumi così come il nostro impegno nella sopravvivenza e nel benessere di Israele.
Alcuni di noi - qualcosa come un terzo o un quarto di noi in totale - scelsero di andare in altri paesi.
Gli ebrei dei paesi arabi francofoni gravitarono verso la Francia ed il Quebec. Ebrei dalla Libia crearono comunità a Roma e a Milano. Ebrei egiziani e libanesi vennero dispersi tra l'Europa ed il Nord- America, un piccolo gruppo si stabilì in Brasile. Gli ebrei siriani immigrarono negli Stati Uniti, specialmente a New York, così come anche a Mexico City e Panama City. E la vita continua.
Ovunque ci stabilimmo, seguimmo la ruota della vita e creammo nuove vite. Imparammo i linguaggi locali, se già non li conoscevamo, trovammo lavoro, mandammo i nostri figli a scuola e, appena potemmo, fondammo nuove congregazioni e comunità per preservare i nostri riti e rituali come qualcosa che distingueva la nostra tradizione.
Non sta bene vantarsi, ma io penso che abbiamo fatto bene le nostre cose ovunque noi siamo andati. Non vorrei mai sottovalutare o perdere di vista coloro che per ragioni di età, di salute o di povertà non riuscirono a rimettersi, ma nella maggior parte dei casi in poco tempo facemmo passi da gigante, sia in Israele che altrove.
Ma cosa è accaduto ai palestinesi, e gli altri rifugiati del conflitto arabo con Israele? Tristemente, un destino interamente differente e in questa prospettiva io sospetto che le bugie siano il maggior fattore esplicativo per un ampio e vario discorso per trattare delle due saghe che riguardano i rifugiati.
Mentre noi essenzialmente sparimmo dallo schermo del radar mondiale in una notte - se mai ci siamo stati - quando ci imbarcammo per le nostre nuove vite, i palestinesi non fecero la stessa cosa. Al contrario, per tutta una serie di ragioni - in parte a causa del loro proprio modo di vedere, in parte per il cinismo dei leader dei paesi arabi e parzialmente anche per le azioni di terzi bene-intenzionati ma privi di lungimiranza - i palestinesi non furono messi in condizione di avere le stesse chance di ricominciare una vita nuova. Invece, vennero manipolati e strumentalizzati.
I palestinesi vennero raccolti in campi profughi ed incoraggiati a vivere lì, generazione dopo generazione. Loro beneficiarono dell'aiuto dell'UNRWA, il dipartimento delle Nazioni Unite fondato più di un secolo fa, che non li ristabilì altrove, ma che li mantenne in quei campi e provvede a tutta una serie di servizi di educazione e sociali.
Tra l'altro, la gran parte dei fondi UNRWA non veniva dai paesi arabi - molti dei quali non contribuirono nemmeno con un centesimo - ma dai paesi occidentali. Infatti tutte le nazioni arabe insieme non donarono che una minuscola percentuale di un budget annuale della UNRWA. Questo era tutto quello che venne fatto a seguito delle lacrime di coccodrillo compassionevoli e piene di empatia che noi periodicamente sentiamo dal mondo arabo.
Le Nazioni Unite comprendono anche l'Alto Commissariato per i rifugiati (UNHCR), responsabile per i 22 o 23 milioni di rifugiati nel mondo oggi che si trovano al di là delle frontiere dei loro paesi di nascita e non sono in grado di rientrarvi, cerca di ristabilire quei rifugiati in paesi che li ricevono come immigranti o altrimenti li aiutano ad arrangiare le loro nuove vite. Unicamente i rifugiati della popolazione palestinese sono al di fuori del campo d'azione del UNHCR. Perché?
È ovvio. Qualsiasi spiegazione ufficiale venga fornita, mantenere i campi per i rifugiati significa mantenere l'incubatrice per la guerra contro Israele. Dopo tutto, se ai rifugiati venisse veramente offerta l'occasione per cominciare una vita nuova e produttiva, come accadde a noi, forse la loro animosità verso Israele potrebbe, il cielo ce ne guardi, cominciare a dissiparsi e la loro propensione a produrre "martiri" nelle operazioni terroristiche contro Israele forse diminuirebbe.
Ho cercato dappertutto una spiegazione che avesse uno straccio di senso, non ne ho trovata alcuna. La triste verità è che i leaders del mondo arabo non hanno mai voluto risolvere il problema dei palestinesi rifugiati. Hanno preferito nutrirlo e mantenerlo da tutti lati al centro dell'attenzione per poi mantenere ben vive le loro insoddisfazioni verso Israele da dimostrare di fronte a tutto il mondo.
Dopotutto, molti nel mondo hanno ingoiato l'osso, e divennero quasi ipnoticamente preoccupati della piaga dei rifugiati palestinesi, senza essersi mai posti le difficili domande ed aver mai pensato a noi - ebrei provenienti dai paesi del mondo arabo. Lontano dagli occhi, lontano dal cuore, suppongo.
Se questi diplomatici, politici, giornalisti e attivisti per i diritti civili si fossero mai posti la spiacevole domanda, forse gli si sarebbe paventato il fatto, che il problema dei profughi palestinesi era il risultato del rifiuto del mondo arabo di accettare il piano di spartizione approvato dalle Nazioni Unite nel 1947 e della dichiarazione di guerra all'appena nato stato di Israele nel 1948; che soltanto la Giordania, tra gli stati arabi, professi vera preoccupazione per i palestinesi, offra loro la cittadinanza e un vero nuovo inizio; e che gli stati arabi cinicamente usino i palestinesi quando questo serve ai loro scopi, ma altrimenti li lascino da soli a combattere per se stessi (o peggio).
Inoltre, se non avessero abbandonato la loro capacità di giudizio critico molto tempo fa, questi attori internazionali potrebbero chiedersi, perché ci sono ancora campi profughi in città come Jenin.
Gli accordi di Oslo misero le basi per il ritiro israeliano dalle città principali della Cisgiordania, e le posero direttamente sotto il governo palestinese. Sorprendente, non è vero, che anche sotto completa autorità palestinese i campi non vennero smantellati? Qualcuno ha mai osato chiedere apertamente perché?
(segue)

barbara

Pubblicato il 11/12/2005 alle 16.10 nella rubrica Diario.

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