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LETTERA DA UN EBREO DEL MONDO ARABO

di David A. Harris

Seconda parte

Sono un ebreo dimenticato.
Dal governatore egiziano Ptolomeo Lagos (323-282 prima dell'era comune) venni insediato in ciò che oggi è l'attuale Libia, secondo gli scritti dello storico del primo secolo Josefo. I miei antenati ed antenate vissero in modo continuativo per più di due millenni su quel territorio, il nostro numero venne incrementato dai Berberi che si convertirono all'ebraismo, dagli ebrei spagnoli e portoghesi in fuga dall'inquisizione e dagli ebrei italiani che attraversavano il mediterraneo.
Venni confrontato con la legislazione anti-ebraica dei fascisti italiani che avevano occupato il paese. Sopportai l'incarcerazione di 2.600 compagni ebrei nei campi dell'"Asse" nel 1942. Sopravvissi la deportazione di duecento fratelli in Italia in quello stesso anno. Riuscii a superare il lavoro forzato in Libia durante la guerra. Divenni testimone dei pogroms nel 1945 e nel 1948 che costò agli ebrei libici la vita di 150 fratelli, centinaia di feriti e migliaia di senza tetto.
Guardai con incertezza il divenire uno stato indipendente della Libia nel 1951. Mi chiesi cosa sarebbe avvenuto a quei 6.000 di noi che si trovavano ancora là, e che erano i resti di 39.000 ebrei che avevano formato la allora orgogliosa comunità - questo fu finché i libici mandarono via tutti a fare i bagagli e partire alla volta del nuovo stato di Israele.
La nuova buona era che vennero stabilite protezioni costituzionali per i gruppi delle minoranze viventi nel nuovo stato libico. La nuova cattiva era che vennero completamente ignorate.
Entro dieci anni di indipendenza del mio paese nativo non potei più votare, tenere uffici pubblici, servire nell'esercito, ottenere il passaporto, acquistare nuove proprietà, acquisire la maggioranza di proprietà in ogni nuovo affare o partecipare alla supervisione degli affari della nostra comunità.
Nel giugno del 1967 i dadi vennero tratti. Coloro che erano rimasti, sperando contro la speranza che le cose sarebbero migliorate in un paese al quale erano profondamente attaccati ed il quale un tempo era stato buono con noi, non ebbero altra scelta che quella di fuggire. La guerra dei sei giorni creò un'atmosfera esplosiva nelle strade. Diciotto ebrei vennero uccisi e i negozi e case di proprietà ebraica vennero dati alle fiamme fino a che non ne rimase più assolutamente nulla.
Io e 4.000 altri ebrei abbandonammo il paese con i mezzi possibili, i più con una sola valigia in mano e l'equivalente di pochi dollari.
Non ci venne mai concesso di tornare. Non ho mai recuperato i profitti perduti in Libia a dispetto delle promesse del governo. Di fatto, tutto venne rubato - le case, i mobili, i negozi, le istituzioni comunitarie. Anche peggio, non fummo mai in grado di visitare le tombe dei nostri cari. Questo ci ferì profondamente ed in maniera particolare. Per la verità mi venne detto, che sotto il colonnello Gheddafi, che prese il potere nel 1969, i cimiteri ebraici vennero invasi dai bulldozzer e le pietre tombali vennero usate per costruire strade.

Sono un ebreo dimenticato.
La mia esperienza - quella buona e quella cattiva - vivono nella mia memoria, e io faccio il possibile per tramandarla ai miei figli ed ai miei nipoti, ma quanto di essa può venire assorbita da loro? Quanto possono identificarsi con una cultura che sembra più la reliquia di un tempo passato, che appare sempre più remoto ed intangibile? È vero, due o tre libri ed articoli sono stati scritti, ma - e qui voglio essere generoso - essi sono lontani dall'essere Best-Sellers.
In ogni caso, possono questi libri competere con il tentativo dei leader del governo libico di cancellare ogni traccia della mia millenaria presenza? Possono questi libri competere con un mondo che virtualmente non pone attenzione alla fine della mia esistenza?
Dai un'occhiata all'indice del New York Times del 1967 e vedrai tu stesso come il giornale fa la cronaca della tragica scomparsa di quell'antica comunità. Posso risparmiarti la fatica di guardarci - poche righe pietose furono tutto ciò che documenta come andarono le cose.
Sono un ebreo dimenticato.
Sono una delle centinaia di migliaia di ebrei che una volta vivevano in paesi come l'Iraq e la Libia. Tutti insieme eravamo circa 900.000 persone nel 1948. Oggi siamo meno di 5.000 concentrati in due paesi moderati - Marocco e Tunisia.
Una volta eravamo vibranti comunità in Aden, in Algeria, in Egitto, in Libano, in Siria, in Yemen e altre nazioni, con radici profonde e datate letterariamente a più di duemila anni fa. Adesso siamo prossimi al nulla.
Perché nessuno parla di noi e della nostra storia? Perché il mondo parla senza pietà ed ossessivamente dei rifugiati palestinesi del 1948 e del 1967 nel medio oriente - che vennero spostati da guerre dichiarate da parte dei loro fratelli arabi - ma ignorano totalmente i rifugiati ebrei del 1948 e del 1967.
Perché il mondo è lasciato con l'impressione che ci sia solo una popolazione di rifugiati nel conflitto arabo-israeliano, o per essere più precisi, nel conflitto arabo con Israele, quando, di fatto, ci sono due popolazioni di rifugiati ed il nostro numero era di qualche misura più grande di quello dei palestinesi? Ho passato molte notti insonni, tentando di capire quest'ingiustizia.
(segue)

barbara

Pubblicato il 10/12/2005 alle 17.52 nella rubrica Diario.

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