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E ADESSO LA PUBBLICITÀ

Poiché parecchi degli amici che mi seguono sono “acquisti” piuttosto recenti, ho deciso di farmi un po’ di pubblicità postando questa recensione che avevo già postato nell’altro blog. E i vecchi amici che l’avevano già letta, spero che mi perdoneranno.
barbara


Sholem Aleichem
Cantico dei Cantici
ed. Belforte

                                     

Per i tipi della gloriosa casa editrice Belforte di Livorno è uscito in libreria “Cantico dei Cantici” di Sholem Aleichem tradotto dall’ Yiddish dalla carissima Barbara Mella e da Sigrid Sohn con leggiadre illustrazioni di Emanuele Luzzati che straripano qualità e ottimamente rendono la delicatezza di tutto il racconto.
Non è un libro per tutti. No, non possono leggerlo coloro che non sono mai stati innamorati perché è un libro struggente che pare scritto da Sholem Aleichem dopo aver sbirciato dal buco della serratura un pezzo della tua vita. Pare raccontare proprio la tua storia di quando ti sei innamorato e ancor prima di essere preso dalla passione, ti sentivi capace di “far sgorgare il vino da un sasso e cavare l’oro dal muro”.
Shimek e Buzi sono i due protagonisti che all’inizio della storia hanno l’età della tenerezza. Shimek dice che “tutti e due insieme non arriviamo a farne venti” ma anche quando arrivano alla fine della storia, quando “è arrivato il Sabato, quello dopo Shavuot. E un altro Sabato e ancora uno…” sono identici con le loro trepidazioni e Shimek rivive le stesse emozioni di quando andava nei campi con la sua Buzi e ora come allora “la terra ha indossato il suo manto verde, orlato da un fiumicello argenteo da un lato e da un basso ma fitto boschetto dall’altro, si è ornata con tutti i suoi gioielli colorati: i fiori di campo. Il fiumicello argenteo assomiglia all’orlo argenteo di uno scialle da preghiera nuovo con le frange azzurre. Il fitto boschetto sembra una folta chioma riccioluta, che di tanto in tanto un venticello scuote. Buzi indossa un vestito color lilla, leggero come un soffio e trasparente come l’aria, come il cielo. Il parasole è bordato da un delicato pizzo verde e i guanti bianchi sono alla moda. I suoi colori sono i colori dei prati”.
Ma il libro non arriva mai alla fine perché “l’inizio, il peggiore degli inizi, è migliore della migliore conclusione” e allora proprio quando sembra che la storia stia finendo… il libro rincomincia riempiendoci di speranza e facendoci balenare che tutte le storie possono rincominciare. E’ possibile rivivere quell’attimo celestiale “accaduto un tempo, una volta, molti anni fa” quando per la prima volta hai potuto tenere nella tua mano “la sua mano soave e liscia” e ti sei accorto di amarla “di quell’amore sacro, di quell’amore di fuoco e fiamme che brucia come l’inferno” e come Shimek hai detto “Tutto è nostro, nostro, nostro” e ti sei sentito “stranamente leggero”.
E come per te anche per Shimek “il mondo assume in quell’istante un volto nuovo: il nostro cortile diventa un castello, la nostra casa un palazzo. Io sono un principe e Buzi la principessa. I legni accatastati davanti alla casa sono i cedri e i cipressi di cui parla lo shir ha shirim. Il gatto che prende il sole davanti alla porta è della stirpe delle cerve selvatiche, degli ayieloth ha sadeh dello shir ha shirim. Il colle al di là della sinagoga è il Libano dello shir ha shirim. Le donne e le ragazze che stanno all’aperto per lavare, stirare e rendere tutto kascher per Pesach sono “figlie di Gerusalemme” dello shir ha shirim. Tutto, tutto è come nello shir ha shirim” e “io salto su, lei salta su, io salto giù, lei salta giù”.
Ma “amaro come la morte è l’amore” e puoi accorgerti che “il giardino non è il mio” e allora non ti resta che illuderti che “l’inizio, il peggiore degli inizi, è migliore della migliore delle conclusioni”.
No, se non siete stati innamorati, non leggete questo libro: scoprireste cosa vi siete persi.

Antimo Marandola

Pubblicato il 3/12/2005 alle 0.40 nella rubrica Diario.

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