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«UN BAMBINO È UN BAMBINO»

Così ha detto lo zio di Ahmed Ismail al Khatib, il ragazzino palestinese ucciso dall’esercito israeliano, nel comunicare che la famiglia aveva deciso di donare i suoi organi, e che non avevano obiezioni a che fossero donati a bambini israeliani, indifferentemente se musulmani, ebrei o drusi: per favorire la pace, hanno detto i familiari. E poi, appunto, perché un «bambino è un bambino». Una scelta di straordinaria umanità e generosità, e anche di eccezionale coraggio. Detto questo, e doverosamente deplorato l’errore del soldato che ha sparato stroncando la vita di un bambino innocente, vorrei fare alcune considerazioni. Innanzitutto che se tutti i palestinesi condividessero le opinioni e i sentimenti della famiglia di Ahmed, oggi, con tutta probabilità, quella famiglia non starebbe piangendo il proprio figlio morto. Poi viene da chiedersi: come può venire l’idea di regalare a un bambino un finto M-16 talmente somigliante a uno vero (gli israeliani lo hanno fotografato, prevedendo che, come al solito, le legittime e giustificate critiche per il loro operato sarebbero andate ben al di là delle critiche legittime e giustificate), da apparire vero, soprattutto dagli oltre cento metri di distanza a cui si trovavano i soldati israeliani? Inoltre viene da chiedersi: come ci è finito – per l’ennesima volta - un bambino nel bel mezzo di uno scontro a fuoco? Gli adulti che stavano sparando contro i soldati israeliani non hanno pensato che potesse essere il caso di allontanarlo? Perché tutte le volte che i palestinesi sparano, ci sono bambini in mezzo a loro? Perché tutte le volte che i palestinesi costruiscono ordigni esplosivi, ci sono bambini in mezzo a loro? Perché quando devono nascondere armi ed esplosivi, il nascondiglio preferito sono le culle dei loro figli? Perché?

               



barbara

Pubblicato il 8/11/2005 alle 0.29 nella rubrica Diario.

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