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16 OTTOBRE 1943

«[...] La notte tra il 15 e il 16 ottobre si udirono numerosi spari provenienti da più parti; non era un fatto insolito dato il coprifuoco, ma l’intensità degli stessi mise la famiglia in allarme. Ai primi chiarori del giorno scorgemmo pattuglie di soldati tedeschi lungo le strade, e sentinelle armate di guardia davanti ai portoni. Un automezzo stazionava all’angolo di piazza Cairoli vicinissimo a un’edicola di giornali che ora non esiste più. Un altro camion era fermo in via Arenula, a cento metri oltre piazza Cairoli.
Di lì a poco si udì una grande animazione che proveniva dal ghetto: voci ed urla di uomini, di donne, di bambini.
Si videro uscire dalle case di via S.M. del Pianto gruppi di persone sospinti coi fucili nelle strade, dove dei graduati davano disposizioni.
Molti portavano borse, pacchi, valigie e qualche coperta. Lo spettacolo era agghiacciante, il cielo umido e piovoso rendeva ancora più lugubre la scena.
Nel nostro edificio regnava il silenzio: le famiglie ebree che prima vi abitavano avevano da qualche tempo cercato rifugio altrove.
[...] La stessa operazione che si era svolta all’alba nelle viuzze del ghetto si ripeteva ora in via Arenula e nelle strade che si diramano da piazza Cairoli. Dall’edificio che fa angolo appunto tra piazza Cairoli e via Arenula, dal lato di largo Argentina veniva trascinato fuori un gruppo di uomini e di donne, tra i quali una signora anziana strappata dalla sedia a rotelle, e brutalmente caricata su un camion.
Numerosi passanti osservavano inebetiti.
Giunta l’ora di andare a scuola scesi nell’androne. La portiera dello stabile mi corse incontro e con gi occhi gonfi di pianto mi fece cenno di rientrare a casa. Il portone era semichiuso e due SS. montavano la guardia. Solo dopo che i tedeschi ebbero ultimato il controllo dell’edificio, dopo le dodici, fu possibile uscire in strada. Il quartiere era avvolto in una triste cappa di silenzio. Piccoli gruppi di persone commentavano increduli e attoniti l’accaduto. Su molti volti scorrevano lacrime silenziose. E, in mezzo a tanta tragedia, una motocicletta con due fascisti con indosso una lugubre divisa “repubblichina” percorreva le strade lentamente; i due figuri esibivano un’aria spavalda, , visibilmente soddisfatti. Assomigliavano a una coppia di avvoltoi in cerca di preda, sul luogo di un eccidio. Corsero molte voci nel pomeriggio sulla destinazione dei deportati, poi la notizia certa; il Collegio Militare».
(Gianni Campus – Il treno di Piazza Giudia – L’Arciere)

Tutto questo avveniva sotto le finestre del papa. Non furono deportati subito, gli ebrei razziati nel ghetto di Roma: li lasciarono per due giorni interi al Collegio Militare, per vedere se il papa avrebbe reagito. Per potere, nel caso lo avesse fatto, avere ancora il tempo di rimediare, di dire - ah, no, scusate tanto, c’è stato un malinteso – e rimandarli a casa. Sua Santità non reagì. Sua Santità non intervenne. Sua Santità non disse una parola. Sua Santità non mosse un dito, né ufficialmente, né per una qualsiasi delle tante vie traverse che la diplomazia vaticana da sempre conosce e utilizza. Due giorni dopo, il 18 ottobre 1943, i 1022 ebrei strappati alle loro case furono deportati ad Auschwitz. Tornarono in diciassette, sedici uomini e una donna.



barbara

Pubblicato il 16/10/2005 alle 16.51 nella rubrica Diario.

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