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ALLA RISCOPERTA DELLE ANTICHE TRADIZIONI

Purim di Siracusa

Secondo una tradizione talmudica, attestata in molte comunità ebraiche, si chiamano Purim  quegli avvenimenti storici che, per il fatto di essere caratterizzati da interventi miracolosi che ne modificano le “sorti”, hanno il buon diritto di essere ricordati dalla comunità ebraica che ne è stata testimone, in virtù del fatto che rimandano, nella loro articolazione narrativa, al Purim di Ester e alla salvezza degli Ebrei di Persia dal minacciato sterminio.

Dunque è la celebrazione di una festa nel ricordo di un evento, solitamente uno scampato pericolo da una grave minaccia; è il ringraziamento che una comunità rivolge a D-o e la consacrazione del ricordo per le generazioni a venire; una celebrazione liturgica e festosa, collettiva e comunitaria. A questo è dovuta la dimensione contenuta dell’evento che appartiene al genere dei Purim qetannim.

Il Purim di Saragusa o Siracusa appartiene a questo genere.

La celebrazione prevede la lettura pubblica di una meghillà, ovvero un rotolo di pergamena scritta in cui viene narrato l’evento che si vuole ricordare. Inoltre possono esservi preghiere particolari e veri e propri poemi commemorativi come Kina Glossa, quello che vi proponiamo in dialetto di Giànnina e che racconta l’avvenimento di Siracusa seguendo la diegesi narrativa della Meghillat Saragusanos.

Il Purim di Siracusa, nato in Sicilia nel XIV, ebbe diffusione, dopo l’editto di espulsione del 1492, fra gli Ebrei Siciliani fuggiti dall’isola  che trovarono rifugio in oriente e in particolare  a Salonicco e Giànnina, nei territori dell’ impero Ottomano. Qui gli Ebrei si organizzarono in comunità chiamate, in giudeo – spagnolo, Kal dall’ebraico Qahal. A Salonicco esistevano ben tre comunità provenienti dalla Sicilia: Sicilia Vecchia, Sicilia Nuova e Bet-Aharon. Dagli appartenenti a quest’ultima comunità, in particolare con la famiglia Saragusi, si mantenne la tradizione di festeggiare il nostro Purim, anche quando il rito Siciliano andava perdendosi, soppiantato da quello sefardita.

Si hanno testimonianze della celebrazione della festa fino all’inizio del XX secolo. La sera si leggeva la Meghillat Saragusanos e la giornata successiva si trascorreva in festeggiamenti. Dopo l’olocausto e la dispersione delle famiglie Saragusi scomparve inesorabilmente la memoria della festa del Purim di Siracusa, pur trovandosi alcune tracce, quale Purim di Saragozza in Francia e in Israele.

Per molto tempo infatti gli studiosi hanno ritenuto che questo speciale Purim si riferisse alla città di Saragozza, equivocando sul nome del Re Saragosanos e sulla lingua, il giudeo spagnolo ovvero il ladino, portato dagli ebrei fuggiti dalla Spagna e che progressivamente si impose come lingua dominante.

Si deve per primo allo studioso David Simonsen, nel 1910,  la legittima e documentata restituzione agli Ebrei siciliani e a Siracusa di questo Purim. La tesi fu poi condivisa da altri studiosi fra i quali ricordiamo Yosef Mejuhas, Cecil Roth fino al Dott. Dario Burgaretta. Oggi il mondo accademico riconosce, senza ombra di dubbio alcuna,  l’appartenenza di questo Purim alla storia della nostra città. 

Ecco in sintesi l’evento, così come viene narrato dalla nostra meghillat: Ai tempi del re Saragusanos era usanza che, quando questi visitava il quartiere ebraico della città, abitato da più di 5000 uomini adulti, le guide e i capi spirituali della comunità, i maggiorenti, si recassero in processione verso il re, portando, in segno di sottomissione e rispetto, i rotoli della Torah. Tale abitudine fu seguita per i primi 12 anni del regno del re Saragusanos, ma nel 13° anno gli Ebrei decisero, per rispetto nei riguardi della Torah, di presentare al re solo le custodie vuote dei rotoli. Avvenne però che un Ebreo converso, Haim Sami, col nuovo nome di battesimo Marcos, denunciò il fatto al re, con la speranza di poter entrare nelle sue grazie. Il re decise di assicurarsi personalmente di quanto il delatore gli aveva raccontato  passando all’improvviso nel quartiere ebraico l’indomani, il 17 del mese di Shevat, con l’intenzione di uccidere, nel caso di una conferma delle accuse, tutti gli Ebrei della città. Ma nella notte il profeta Elia apparve al custode della Sinagoga avvertendolo della minaccia incombente. Così i rotoli della Torah furono riposti nelle custodie, e quando l’indomani il re chiese di vederli, questi gli furono mostrati.

Il delatore, risultata falsa e menzognera l’accusa di lesa maestà, fu punito dal re con la pena capitale, mentre gli Ebrei beneficiarono del favore e della benevolenza del re.

Dalle terre dell’Italia del Sud, così come dalla Spagna e da tutti i territori sottoposti al suo dominio [“territori occupati”? ndb] l’ebraismo è stato violentemente estirpato tra la fine del XV e l’inizio del XVI secolo. Estirpato, ma non cancellato. E oggi, dopo secoli di silenzio, dopo secoli di latenza, una dopo l’altra le comunità estirpate stanno rinascendo, stanno tornando alla luce, stanno rifiorendo, con indomito coraggio, con quella incrollabile determinazione che ha permesso all’ebraismo di sopravvivere a ogni tentativo di annientamento.
Bentornati, ebrei del Sud, e un immenso grazie a Dario Sutter, segretario della comunità di Siracusa, che mi ha fatto dono di questa splendida perla.
(Chi volesse saperne di più sulla comunità di Siracusa può andare qui e qui)

barbara
 

Pubblicato il 6/2/2012 alle 23.57 nella rubrica Diario.

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