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I GIUSTI - QUELLI GIUSTI E QUELLI NO

Tendenze della Memoria

È ragguardevole il numero di quelli che hanno salvato gli ebrei nel corso della Seconda guerra mondiale. In Italia il numero dei salvatori auto-certificati di ebrei ha raggiunto i 270 milioni. Ormai si pensa di aprire una sede ufficiale a Collodi.

 

Il Tizio della Sera

Una volta, in risposta a una mia lettera al giornale, un tizio mi ha scritto raccontando che dal primo gennaio del 1942 al 31 dicembre del 1945 aveva tenuto nascosto in casa propria un ebreo (evidentemente doveva essere un ebreo molto preciso nel decidere con le date dei suoi nascondimenti) dividendo con lui lo scarso pane e l’ancora più scarso companatico, oltre che rischiando quotidianamente la vita, e “dopo oltre mezzo secolo sto ancora aspettando il bene di un grazie”. Gli ho fatto cortesemente presente che per tutto il 1942 e due terzi del 1943 non solo nessun ebreo italiano aveva bisogno di nascondersi, ma arrivavano addirittura, in fuga da Austria e Germania, un gran numero di ebrei stranieri a cercare rifugio qui, dove la situazione per gli ebrei era senz’altro scomoda, ma non pericolosa; e che negli ultimi due terzi del 1945 nessun ebreo in nessuna parte del mondo si doveva nascondere, perché la guerra era finita. Si è incazzato come una bestia, accusandomi di credere più alle favole degli ebrei che alle parole di un testimone.

Una volta, durante un corso di aggiornamento, una collega, più anziana di me, ha raccontato che qualche anno dopo la fine della guerra è arrivata all’albergo di cui era proprietaria la sua famiglia una famiglia dall’Australia, chiedendo di suo padre. Saputo che era morto qualche mese prima, sono apparsi in preda al più grande sconforto, sembravano addirittura disperati. Lei, all’epoca bambina, non riusciva a spiegarsi questo comportamento, dato che non li aveva mai visti prima, e dunque sicuramente non dovevano essere amici o parenti. La madre allora le ha spiegato che erano ebrei, che nel corso della guerra erano capitati nel loro albergo. Erano riusciti a trovare un imbarco per l’Australia e avevano con sé un cofanetto di gioielli, con cui avrebbero potuto mantenersi nei primi tempi. Potendo essere fermati in qualunque momento, non si fidavano però a portarlo con sé, e d’altra parte era impensabile spedirlo; allora il padre della collega si era offerto di portarlo lui a Genova, viaggiando separatamente da loro, e così avevano fatto. Il disturbo era stato minimo, e di rischi non ne aveva corsi, ma i beneficiari del favore avevano sentito il dovere di intraprendere il viaggio dall’Australia unicamente per incontrare il loro benefattore, per dimostrargli che la sua azione era andata a buon fine, consentendo loro di salvarsi, e per ringraziarlo. 

 

barbara

Pubblicato il 27/1/2012 alle 13.27 nella rubrica Diario.

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