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UN VECCHIO ARTICOLO PER RIFLETTERE

Lo Tsunami dell'Onu

A quanto pare nel prossimo mese di settembre l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite potrebbe discutere e approvare (presumibilmente, con una larga maggioranza) una proposta di riconoscimento unilaterale, “senza se e senza ma”, di uno Stato palestinese. Ciò, commenta Sergio Della Pergola, sul l'Unione informa di giovedì 21 aprile, potrebbe avere l’impatto di un vero e proprio “tzunami politico”, dal quale è necessario non farsi trovare impreparati. “Speriamo – commenta il demografo - che esistano… i meccanismi di pianificazione politica in grado di attenuare le conseguenze negative dell'ondata d'urto, e anzi capaci di trasformarla in un'ondata di energie positive. Certo non potrà valere la giustificazione udita in altre circostanze: siamo stati colti di sorpresa”.
Nel condividere appieno le preoccupazioni di Della Pergola, siamo però, purtroppo, più scettici riguardo alla possibilità di ricavare da tale evento delle possibili “energie positive”. E’ del tutto evidente, infatti, che tale proposta è concepita esclusivamente con un intento politico di delegittimazione dello Stato ebraico, senza un benché minimo desiderio di contribuire a una soluzione positiva del conflitto. Sul piano giuridico la risoluzione non potrà significare assolutamente nulla, non essendo nel potere delle Nazioni Unite “fare” o “disfare” gli stati, e non potendo mai dipendere l’esistenza di uno stato da un riconoscimento esterno, per quanto autorevole. Il diritto internazionale si basa sul principio dell’effettività, e la realtà giuridica di uno stato sovrano si fonda esclusivamente sul dato di fatto della sua esistenza, intesa come autosufficienza, autonomia e funzionalità (“affinché un ente di diritto internazionale possa dirsi sovrano, occorre che esso integri i requisiti di un’organizzazione di Governo che eserciti effettivamente e indipendentemente il proprio potere su una comunità territoriale, a nulla rilevando il riconoscimento da parte di altri stati, che è un atto privo di conseguenze giuridiche” [Cass. Pen., Sez. III, 17/9/2004, n. 49666]).
L’esistenza di Israele, per esempio, non dipende affatto, giuridicamente (come pure talvolta erroneamente si legge) dalla Risoluzione 181 del 29 novembre 1947 delle Nazioni Unite, che sancì la divisione della Palestina in due entità statali, una ebraica e una araba, ma dal suo antichissimo diritto storico, dal mai interrotto legame di appartenenza tra popolo ebraico ed Erez Israel e, soprattutto, dal fatto che lo Stato ebraico ha dimostrato nei fatti, con le proprie forze, di esistere, nonostante la contraria volontà di tutti i suoi vicini. Ciò che è accaduto per Israele, non è invece accaduto per la Palestina, e i motivi sono ben noti. Ma la Risoluzione 181, come si tende a dimenticare, prevedeva la nascita di due stati, non di uno solo, e stabiliva con chiarezza che sarebbero stati uno ebraico, l’altro arabo. Solo in seguito, con un’assurda e capziosa distorsione del concetto di ‘profughi’, l’idea è stata rimessa in discussione, e si è contestato il diritto all’esistenza di uno “Stato ebraico”. Perché, invece di pensare a una nuova risoluzione, non ci si interroga sulle ragioni del fallimento di quella del 1947? O perché, semplicemente, non si cerca una soluzione pacifica nell’ambito dello spirito della 181? Che bisogno c’è di una nuova “Risoluzione 2011”? I motivi, purtroppo, sono chiari come il sole: se la 181 auspicava una soluzione bilanciata del conflitto, nella tutela dei diritti di tutte le parti, la nuova Risoluzione stabilirà che uno Stato palestinese esisterà “comunque, a prescindere”. Non si sa su quali territori, con quali cittadini, con quali strumenti, ma esisterà. E non, purtroppo, “accanto” (come tutti vorrebbero), ma “contro” Israele (sul cui diritto all’esistenza, chi lo sa). Che bisogno avranno, le autorità palestinesi, di sedersi a un tavolo di trattativa, per ottenere qualcosa? Dovranno semplicemente ‘prendersi’, con qualsiasi mezzo, ciò che sarà già, a tutti gli effetti, ‘loro’.
Giusto, quindi, urgente cercare di contenere gli effetto deleteri dello ‘tsunami’. Ma non sarà facile, perché questa risoluzione non assomiglierà minimamente alla 181 del 1947. E non vorremmo peccare di eccessivo pessimismo, richiamando, nel cercare un possibile precedente, la famigerata Risoluzione 3379, del 1977: se questa, infatti, equiparò il sionismo al razzismo, la prossima cercherà di trasformare Israele in una sorta di “anti-stato”, abusivamente “sovrapposto” al legittimo, amatissimo stato di Palestina.
Francesco Lucrezi, storico


Poi invece non è successo niente, la bolla di sapone si è gonfiata e gonfiata e alla fine è scoppiata (fatto male i calcoli con la tensione di superficie?), rivelando il nulla che c’era all’interno. Perché la pretesa di farsi riconoscere uno stato che da quasi ottant’anni si è pervicacemente rifiutato nelle parole e nei fatti, di uno stato che non si è mai tentato di costruire, di uno stato che non esiste, non poteva essere altro che una bolla di sapone destinata a scoppiare. Quello che è invece successo concretamente è stata la prosecuzione del lancio dei razzi, le grandi feste per quei bravi ragazzi usciti dalle galere sioniste e mandati a riprendersi qui, e due accoltellamenti in due giorni (sì, lo so, lo so, era sulle prime pagine di tutti i giornali, vagonate di articoli e foto e commenti nelle pagine interne, notizie di apertura nei TG, ne avete ormai le palle piene di questi due accoltellamenti, lo so, ma io sono sadica e voglio rincarare la dose, ecco).
Che cosa ne dobbiamo dunque concludere? Che abbiamo a che fare con personaggi che non sanno e non vogliono costruire, ma solo distruggere, che non sanno e non vogliono vivere e lasciar vivere ma solo morire e far morire, perché Hitler è vivo e lotta insieme a loro. Farebbero però bene a ricordarsi di quel giorno, poco meno di una settantina d’anni fa, che si è detto mai più. E voleva dire MAI PIÙ.


barbara

Pubblicato il 24/10/2011 alle 23.54 nella rubrica Diario.

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