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SPIGOLATURE 2

I viaggi coi mezzi pubblici. Non ne avevo mai fatti, le prime due volte perché avevo le zampe rotte e mi potevo spostare solo in taxi, le altre due perché erano viaggi organizzati. Questa volta invece li ho fatti, in autobus (Tel Aviv-Eilat e ritorno, Tel Aviv-Rehovot, Tel Aviv-Gerusalemme e ritorno), con lo sherut (da Netanya a Tel Aviv), in treno (da Tel Aviv a Naharia e da Kiryat Motzkin all’aeroporto Ben Gurion) e gli autobus urbani e il tram. La maggior parte di questi viaggi per fortuna li ho fatti con E. perché io ho un così prodigioso senso dell’orientamento che sono capace di perdermi nel corridoio di un bilocale, e infatti l’unica volta che mi sono dovuta districare da sola alla stazione degli autobus di Tel Aviv mi sono persa – poi mi sono trovata, per vostra disgrazia, ma questa è un’altra storia. Questo comunque è uno dei motivi per cui amo immensamente aeroporti e metropolitane, perché sono organizzati in modo tale che perfino per una come me è impossibile perdersi. Lo sherut a Netanya comunque me lo sono preso da sola; è vero che uscita dalla casa della persona che mi aveva generosamente ospitata per la notte dovevo solo andare dritta, ma per una col mio orientamento è un’impresa anche quella, credetemi. Bellissime esperienze, comunque, e bellissimo il sistema, che mi viene da definire da kibbuz, dello sherut, che uno sale, va a sistemarsi dove trova un posto libero, dopodiché allunga i soldi che passano di mano in mano fino all’autista che fa il biglietto e poi allunga all’indietro la mano con il resto, il più vicino lo prende e lo passa di mano in mano fino al destinatario.

Il treno per Naharia. Credo ci saranno state su almeno sei sette miliardi di persone quando è arrivato, e altrettante aspettavano insieme a me alla stazione per salire. La mia valigia non era grande, ma insomma c’era, e da qualche parte bisognava pure infilarla, e oltre ai miliardi di persone, siccome c’erano un bel po’ di ortodossi, c’erano i passeggini, tutte questa famiglie con un passeggino singolo e uno doppio e i bambini in braccio e i bambini per mano e i bambini in braccio ai fratelli più grandi e quelli che con passeggini e tutto l’armamentario erano andati al piano superiore e al momento di scendere dovevano far passare il tutto in mezzo a questi corpi fra i quali non c’era lo spazio di un ago e io fino a metà del viaggio in piedi, con un piede appoggiato di traverso e uno solo con la punta e come unico sostegno, due dita appoggiate a un palo. Poi finalmente si è liberato mezzo gradino e mi sono seduta lì, mentre sull’altro mezzo gradino c’era seduto un soldato, il cui mitra mi sfiorava le ginocchia. “Condizioni disumane” mi è venuto a un certo momento da pensare. Poi mi è venuto in mente questo



e mi sono vergognata di quello che avevo pensato.

La sicurezza. L’attenzione di tutti, sempre all’erta per il bene di tutti, l’ho potuta verificare, meglio che negli altri viaggi, in quei giorni di attentati a raffica. Al momento di lasciare Gerusalemme E. doveva ancora fare degli acquisti, e io l’ho aspettata alla fermata del tram: mi sono seduta su una panchina e ho posato per terra, di fianco a me, la borsa da viaggio. Tempo dieci secondi, e il titolare di uno dei negozi alle mie spalle è venuto a chiedermi se la borsa fosse mia. Poco dopo, dall’altra parte della strada, si è fermato il tram, e una signora seduta vicino al finestrino si è messa a fare gesti frenetici indicando nella direzione della panchina e facendo con le mani il disegno di qualcosa di tondeggiante. Alla fine ho capito che stava cercando di segnalare la mia borsa, e solo quando ho indicato che era mia si è calmata. E già la sera prima quando E., Anna e io abbiamo visto passare degli amici, in Ben Yehuda, e Anna ha posato su una panchina il suo portatile per andarli a salutare, non sono passati che pochi secondi prima che qualcuno si fermasse a guardarlo con sospetto. Per fortuna E. se n’è accorta e si è precipitata lì a rassicurarlo che non era un oggetto abbandonato e non c’era bisogno di prendere iniziative di emergenza. Ed è bello e rassicurante vedersi circondati da gente che, pur senza ansie o paranoie, ha però occhi e orecchie sempre pronti a cogliere il minimo segnale, e se ha l’impressione che ci sia qualcosa di sospetto non provvede a mettersi in salvo scappando a gambe levate bensì si ferma, per segnalare il pericolo e mettere in salvo gli altri. Ed è anche da queste cose che si vede la grandezza di un popolo e di una nazione.

barbara

Pubblicato il 15/10/2011 alle 19.44 nella rubrica Diario.

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