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18 AGOSTO

Eravamo spaparanzate al sole quando ha squillato il cellulare della signora vicino a noi. Subito ha cominciato ad alzare la voce, i toni si sono fatti concitati, le persone intorno hanno cominciato a guardarla. Finita la telefonata ha spiegato: c’era stato un attentato lì vicino (per fortuna l’amica Esperimento – d’ora in avanti E. – se la cava bene con l’ebraico, e ha potuto tradurmi tutto), l’aveva chiamata il figlio per rassicurarla, avevano assaltato un autobus, doveva prenderlo anche lui ma poi non lo aveva preso. Immediatamente la ragazzina bionda in bikini leopardato che prendeva il sole sulla riva si fionda sul cellulare. La signora capisce che vuole chiamare i suoi per rassicurarli e le dice no, state tutti tranquilli, quelli coinvolti erano tutti soldati, ma io SONO un soldato, risponde la ragazzina bionda. Poi, nel giro di un’ora, arrivano le notizie di altri due attentati, sempre sulla stessa strada: quella che avevamo percorso noi il giorno prima, sulla stessa linea di autobus. Ancora più impressionante vedere poi alla televisione le immagini dell’attentato, con un grosso foro di proiettile esattamente nel punto in cui, meno di 24 ore prima, ero stata seduta io.
Quello che qui, probabilmente, nessuna televisione ha dato modo di vedere, è ciò che è successo dopo. Noi, che eravamo lì, possiamo dirlo con piena cognizione di causa: non è successo niente, assolutamente niente. Nessuna isteria, nessun panico, nessuna variazione alle abitudini di sempre. Sono un po’ aumentate le misure di sicurezza perché si sapeva che c’erano ancora dei terroristi in giro, è stata chiusa la strada in cui erano avvenuti gli attentati, nei grandi magazzini e centri commerciali alla persona che all’ingresso controlla le borse si è aggiunto un poliziotto fuori della porta che guardava bene chi entrava, e questo è stato tutto. Vengono in mente le dieci parole della regina Elisabetta dopo gli attentati del 2005: “They will not make us change our way of life”. E infatti oltre a permettere l’instaurazione di decine - ma a questo punto saranno diventate almeno un centinaio – di corti islamiche, oltre ad accettare la nascita di un’infinità di “no go areas”, oltre a comminare pene severissime per chi si permette di criticare l’islam, oltre a chiudere occhi e orecchie sulle aggressioni anticristiane e antiebraiche e alcune altre insignificanti quisquilie, non hanno cambiato praticamente niente. In Israele no, in Israele gli attentati VERAMENTE non cambiano la vita delle persone. Raccolgono i loro morti, li piangono, li seppelliscono, e poi si rimettono in marcia.
D.o benedica Israele e il suo popolo meraviglioso. Am Israel chai ve chaiam.

barbara

Pubblicato il 6/9/2011 alle 1.20 nella rubrica Diario.

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