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INSCIALLAH

Il libro della Fallaci, intendo. Quello uscito più di vent’anni fa e immediatamente diventato un bestseller. Quello che dovevi assolutamente aver letto, un “must”, un imperativo categorico, il capolavoro assoluto. Noo, davvero tu non l’hai letto?! Non ci posso credere! No, non l’avevo letto: non amo le mode, in nessun campo, e i “libri del momento” non li leggo mai. L’ho fatto adesso, perché qualche mese fa era in vendita col Corriere a pochi euro.
Sono quasi 850 pagine, ma per fortuna non sono da leggere tutte, perché certi brani sono talmente inutili, insulsi e noiosi che puoi tranquillamente saltarli. Pagine intere. Mezze dozzine di pagine, a volte. Cioè, non è che puoi saltarle, è che devi proprio, perché sono di una tale pallosità che non riesci mica ad andare avanti.
E i dialoghi. In inglese, in francese, in tutti i possibili dialetti italiani. Con traduzione simultanea: due tre parole in lingua o in dialetto, traduzione, due tre parole, traduzione... Che uno si chiede: ma in un’Italia in cui il dialetto ormai non lo parlano quasi più neanche i contadini, com’è che dentro a questo libro ci sono finiti tutti quei quattro gatti che ancora lo parlano? E non solo lo parlano: pensano, anche, in dialetto, laureati compresi. Addirittura ci pregano. No, dico, ma tu hai mai sentito qualcuno recitare il Salve Regina dicendo el to fiol, i to oci? Fatto sta che pagine intere a suon di prima ciame lou i perché, prima gli chiedi i perché, peui’t vole nen scoutelou e lou insulte. Poi ti rifiuti di ascoltarlo e lo insulti. A l’è nen giust, non è giusto, è come fare una corsa dei sacchi su un sentiero di montagna, con salite discese cunette bitorzoli radici che emergono sassi spuntoni: non si può andare avanti, e quindi via, si salta. Le bestemmie invece sono tutte rigorosamente in italiano. Già, perché da brava toscana non si lascia scappare un’occasione per rovesciare sulla pagine carrettate di bestemmie.
Poi ci sono gli approfondimenti psicologici: quello che è diventato guerrafondaio perché il papà era pacifista e pescava le trote nei laghetti di montagna, quello che è diventato generale perché a quattro anni gli hanno insegnato che deve sempre essere il primo, quello che va a Beirut per scoprire la formula della vita, quello che ci va perché vuole diventare un uomo, quello che vuole mettersi alla prova, quello che cerca di nascondere a se stesso di essere frocio... E tu leggi e dici ah ecco, è arrivato il Freud dei poveri. Per non parlare delle caratterizzazioni, talmente spinte da trasformare i personaggi in penose macchiette, dal ragazzotto che si innamora follemente della bambola gonfiabile e piange e soffre per lei al capo di stato maggiore che anche sotto il peggiore bombardamento si esprime unicamente per citazioni latine e minaccia di sfidare a duello all’arma bianca chiunque non gli si rivolga col dovuto rispetto formale, all’ufficiale che non sa dire altro che icché tu vòi icché tu fai merdaiolo bucaiolo, compreso quando parla con gli arabi – che naturalmente capiscono alla perfezione mentre noi comuni mortali italiani abbiamo bisogno dell’interprete anche per il anca me del romagnolo e per e muorte del napoletano.
Poi c’è da dire delle imprecisioni storiche. Non moltissime, a dire la verità, però piuttosto pesanti. Il che per un libro che all’introduzione dice: “I personaggi di questo romanzo sono immaginari. Immaginarie le loro storie. Immaginaria la trama. Gli avvenimenti da cui essa prende l’avvio sono veri” è parecchio grave. Arriva addirittura a inventarsi un Libano pre-guerra civile con un paesaggio urbano fatto di chiese moschee sinagoghe, in cui cristiani ebrei e musulmani convivono in pace, ignorando, o fingendo di ignorare, che dal ’48 in poi degli ebrei, in Libano, non era rimasto neanche il ricordo. E stendiamo un velo pietoso sul finale del romanzo che, nei confronti della Storia, rappresenta un vero e proprio stupro con scasso, con l’aggravante dei futili motivi.
E poi c’è l’antipatia acida, livida, palese, verso Israele e gli israeliani. Meno che per i palestinesi, certo, ma a carico dei palestinesi c’è il fatto che avere trasformato il Libano, la più bella e ricca nazione del Medio Oriente, e l’unica democratica insieme a Israele, in un ammasso di macerie, di avere scatenato una guerra civile che ha fatto 160.000 morti, di averne distrutto l’economia e annientato il tessuto sociale, di avere cancellato decine di comunità cristiane, di avere aperto le porte all’estremismo islamico, di avere costretto l’intera popolazione a vivere in un terrore che ancora oggi, dopo quattro decenni, continua a dominare sovrano, di aver provocato l’occupazione siriana sul 95% del territorio (occupazione contro cui nessuno ha mai protestato, mentre l’occupazione israeliana, per motivi di sicurezza, sul restante 5%, ha scatenato proteste planetarie). Insomma, di motivi concreti per non scoppiare di simpatia per questa gente ce ne sono. E per Israele, invece? Boh, non si sa, a parte un po’ di falsificazioni storiche non troviamo molto, mentre troviamo, ad ogni piè sospinto, insinuazioni, battute, punzecchiature, frecciatine. “L’insaziabile sete di vendetta dei figli di Abramo”. I figli di Abramo? Tutti? Siamo sicuri di essere ancora entro i limiti della “legittima critica alla politica del governo di Israele”? E che dire di quel “i suoi rancori di ebreo educato nel rancore” riferito a un ebreo napoletano? Non ci troviamo nel bel mezzo dei più beceri e squallidi pregiudizi del più becero e squallido antisemitismo?
E poi il gusto sadico, il tangibile piacere perverso con cui indugia nella minuziosissima descrizione dei più macabri e raccapriccianti dettagli dei corpi smembrati e spappolati dalle esplosioni.
E infine la pesantezza barocca delle ripetizioni, delle ridondanze, delle aggettivazioni straripanti, la volta che si mette a fare l’elenco delle cose che funzionano col computer e ne riempie una paginata intera; non un barocco bello e sanguigno, come questo, per esempio, no, ma proprio quel barocchismo greve, insopportabile che a un certo momento ti fa dire ebbasta maccheppalle l’hai già detto 150 volte, non se ne può più!
Mi ricordo le interviste, quando il libro stava per uscire: sono incinta di un libro, diceva, devo partorire un libro... Beh, avrebbe fatto molto meglio a risparmiarsi il fastidio della gravidanza, i dolori delle doglie, la sofferenza del parto. E io avrei fatto meglio a risparmiarmi i soldi dell’acquisto e il tempo della lettura perché, per rubare le parole a quel famoso saggio, questo libro è una cagata pazzesca.

P.S.: Sapete perché il libro si chiama Insciallah? Perché quella è la Formula Della Vita. Sì. Perché dopo esserci sorbiti decine e decine di pagine di formule e di calcoli sulla velocità di una goccia di pioggia e sulla dimostrazione che uno è maggiore di zero, di costanti e di variabili, di seni e coseni, di logaritmi e integrali allo scopo di trovare la formula della vita, alla fine veniamo informati che sì, la Formula Della Vita esiste, ed è rappresentata da una parola: insciallah, appunto.

barbara

Pubblicato il 31/7/2011 alle 2.46 nella rubrica Diario.

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