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VERGOGNA

Sulla scia del post precedente, sono andata a ripescare questo vecchio post che avevo messo, sei anni fa, nell’altro blog.

Sono arrivati alla fermata, dove anch’io aspettavo l’autobus. Hanno cominciato a parlare: una lingua slava, credo, non so quale, lei in tono lamentoso, lui in tono duro. Poi lei in ginocchio, in tono ancora più lamentoso, lui ancora più duro. Arriva l’autobus, lui con uno strattone la rimette in piedi, saliamo, io davanti, loro dietro. Alla fermata dell’aeroporto l’autista, a quanto pare, vede qualcosa dallo specchietto. Schizza in piedi, corre dietro gridando: «Lasciala stare! Lasciala stare! Lasciala qui se non vuole venire!» Poi si rivolge a lei: «Non andare se non vuoi, non andare! Vieni davanti con me». Lei lo guarda, due occhi di gazzella terrorizzata. Sa che quell’uomo dal cuore grande e generoso non può salvarla. Sa che qualunque cosa faccia, ovunque la porti, l’altro la troverà. Conosce, sicuramente, il castigo riservato a chi tenta di sfuggire al proprio destino: per averne avuto la dettagliata descrizione, o per averlo già provato nella propria carne. Scuote la testa, sconsolata, e scende. L’autista ritorna al suo posto, lentamente, la testa bassa, i pugni serrati, l’espressione sconfitta, le labbra strette per la rabbia impotente, mentre i due si allontanano, lui sicuro, lei col suo passo un po’ sgangherato da ragazza di campagna montata su tacchi troppo alti. Da bambina, forse, non aveva sognato di andare a raccattare clienti in un piccolo aeroporto di provincia. I passeggeri dell’autobus, nel frattempo, ridacchiano divertiti.


barbara

Pubblicato il 2/6/2011 alle 13.45 nella rubrica Diario.

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