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OGGI È UN GRANDE GIORNO

In agosto tornammo in Arabia Saudita. Un giorno, per sfuggire al caldo soffocante, alcuni fratelli Bin Laden organizzarono una gita alla casa di villeggiatura della famiglia, situata a Taef, in montagna, a circa due ore d'auto da Jeddah. Costruita negli anni Cinquanta o Sessanta, la casa era enorme e dozzinale, ma lassù faceva un po' più fresco. Ed era una variante alla solita routine. Noi donne ci sistemammo nell'ala femminile, con i bambini.
La mia piccola Najia aveva pochi mesi, come Abdallah, il figlio che Osama aveva avuto da Najwah, la giovane siriana nipote della madre di lui.
Il bambino di Osama pianse per ore. Aveva sete. Najwah tentava di dargli l'acqua con un cucchiaino, ma il bambino era troppo piccolo per bere in quel modo. Offrii a Najwah il biberon dal quale la mia bambina succhiava acqua tutto il giorno.
«Prendilo, Abdallah ha sete» dissi. Ma lei, nonostante stesse per scoppiare in lacrime, rifiutò il biberon. «Non vuole l’acqua» continuava a ripetere. «Non vuole usare il cucchiaio.»
Fu Om Yeslam a spiegarmi che Osama non voleva che il bambino usasse il biberon. La povera Najwah non poteva opporsi. Era infelice e impotente, una figura patetica, così giovane, con quel bambino in braccio che piangeva disperato. Io non credevo ai miei occhi.
Il caldo era spaventoso, intorno ai quaranta gradi. Un neonato si disidrata in poche ore a quelle temperature. Non riuscivo a credere che si potesse far soffrire il proprio figlio per qualche ridicolo dogma su una tettarella di gomma. Non potevo stare a guardare senza fare nulla.
Sicuramente Yeslam poteva intervenire. Purtroppo, io non ero autorizzata ad andare da lui per pregarlo di intercedere: in quanto cognata non potevo entrate nella, zona maschile a viso scoperto. Però una sorella, cresciuta senza velo tra i fratelli, aveva il permesso di farlo. Quindi pregai una delle sorelle di Yeslam di andare a chiamarlo. Quando arrivò, lo aggredii. «Di' a tuo fratello che suo figlio sta male. Il bambino deve bere dal biberon. Non può continuare a piangere.» Yeslam tornò scuotendo il capo. «È inutile. Osama è fatto così.»
Ero esterrefatta. Nel viaggio di ritorno non riuscivo a pensare ad altro. Osama poteva disporre a suo piacimento della moglie e del figlio: questo era un dato di fatto. Sua moglie non osava disubbidirgli: anche questo era un dato di fatto. Peggio ancora, nessuno avrebbe avuto l'ardire di intervenire. Persino Yeslam pareva condividere il principio che faceva di Osama il padrone assoluto della sua famiglia. La forza e l'autorità che avevo tanto ammirato in mio marito cominciarono a dileguarsi nell’incandescente aria del deserto.
Mentre Yeslam guidava in direzione di Jeddah, io stringevo i pugni e guardavo dal finestrino il mondo squallido che mi circondava. Mi sentivo mancare l’aria sotto il velo.
Sono sicura che Osama non intendeva nuocere al figlio, ma per lui la sofferenza del bambino contava meno di un principio che probabilmente si fondava su un verso del Corano. La famiglia era intimidita dal suo zelo religioso. Nessuno lo avrebbe mai criticato. Per i Bin Laden, come per molti sauditi, il rispetto delle norme religiose non è mai eccessivo. (Carmen Bin Laden, Il velo strappato, pp. 86-88)

Ieri, 27 di Nissan, era Yom haShoah: tutto Israele alle 10 in punto si è fermato per due minuti al suono delle sirene per ricordare i sei milioni di ebrei annientati – con molte complicità – dalla furia nazista. Sei milioni di ebrei sono stati annientati ma non è stato annientato l’ebraismo che, anzi, è più vivo che mai e continua ad offrire al mondo cultura e scienza e tecnologia e arte e spettacolo e molto altro ancora. Totalmente annientato è stato invece il nazismo, a partire dal suo profeta, così come fin dalla notte dei tempi sono stati annientati tutti coloro che hanno tentato di annientare gli ebrei.
Oggi è stato il turno di un altro profeta dello sterminio, ebraico innanzitutto, ma estendibile e spesso esteso anche a tutti coloro che non si uniformano al suo delirio di morte. È stato eliminato Osama Bin Laden, e possiamo considerarlo come un supremo atto di giustizia universale. Cambierà concretamente qualcosa? Non lo so. La rete terroristica si è talmente estesa e ramificata che sicuramente non finirà con la sua morte. Ma d’altra parte è un fatto che il terrorismo in generale e il terrorismo islamico in particolare si nutre di simboli, al punto che una vera o presunta profanazione del Corano è ritenuta motivo sufficiente per uccidere decine di persone del tutto estranee ai fatti in questione, e devastare e distruggere senza limiti. E Osama Bin Laden, con la sua dichiarazione di guerra al mondo intero, era indubbiamente un simbolo dei più potenti. Qualunque direzione possano prendere adesso gli eventi, una cosa comunque possiamo dire con certezza: oggi il mondo è un posto migliore.

barbara

Pubblicato il 2/5/2011 alle 18.3 nella rubrica Diario.

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