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RICORDIAMO IL GENOCIDIO ARMENO

iniziato (quello “grande”) il 24 aprile 1915 

             

I convogli si spostavano a piedi per percorsi interminabili lungo territori accidentati, nel corso dei quali la penuria d'acqua, di cibo e di riparo notturno acuiva le sofferenze dei deportati. Per tutto il cammino le schiere di donne e di bambini erano in balia degli stupri, dei furti, della crudeltà dei briganti, dei predoni oppure degli abitanti dei villaggi, a cui si aggiungevano i loro accompagnatori, esclusivamente musulmani. In ogni città e in ogni villaggio che attraversavano, gli armeni, ammassati davanti alla prefettura, erano esposti ai cittadini islamici, gli unici autorizzati a scegliere degli schiavi tra loro. In alcuni casi, le donne potevano sottrarsi alla morte o alla schiavitù insieme ai loro figli mediante la conversione all'islam, ratificata dal matrimonio immediato con un musulmano. Coloro che sopravvivevano alle torture del tragitto - la fame, la sete, lo sfinimento, gli stupri - giungevano a Dayr al-Zur. Informate in anticipo dell'arrivo dei convogli, le tribù arabe e curde, insieme ai contadini musulmani, li aspettavano per arrecare loro gli ultimi oltraggi. I cadaveri venivano abbandonati nel deserto.
Il genocidio degli armeni fu il normale esito di una politica insita nella struttura politico-religiosa della dhimmitudine. Questo processo di annientamento fisico ai danni di una nazione ribelle aveva già fatto la sua comparsa durante le rivolte dei cristiani slavi e greci, che si salvarono dallo sterminio collettivo solo grazie agli interventi europei, interventi effettuati talora a malincuore. Il genocidio degli armeni fu un jihad. Nessun raya, infatti, vi prese parte. Nonostante la disapprovazione di molti turchi e arabi musulmani, e il loro rifiuto a collaborare al crimine, questi massacri furono perpetrati unicamente dai cittadini islamici, ed essi soli beneficiarono del bottino: i beni delle vittime, le loro abitazioni, i loro campi - assegnati ai muhajirun -, le donne e i bambini, spartiti e ridotti in schiavitù. L’eliminazione dei maschi dai dodici anni in su è conforme alle prescrizioni del jihad e all'età regolamentare per il pagamento della jizya. Le quattro tappe dello sterminio - deportazioni, riduzioni in schiavitù, conversioni forzate ed eccidi - riproducono le condizioni storiche del jihad, applicate a partire dal VII secolo in tutto il dar al-harb. Cronache di provenienze diverse, soprattutto di autori islamici, descrivono minuziosamente l'organizzazione del massacro dei vinti e le deportazioni dei prigionieri, le cui marce forzate al seguito degli eserciti infliggevano loro le stesse sofferenze provate dagli armeni nel XX secolo.
Questa politica non era un episodio isolato. Essa rientrava in una strategia difensiva finalizzata a mantenere sotto la giurisdizione islamica un territorio conquistato con la guerra e ad annientare i nazionalismi dhimmi. Perciò la tragedia armena fu accompagnata dallo sterminio dei cristiani giacobiti e nestoriani della valle dell'Eufrate, nel Nord della Siria. Nel mese di settembre del 1915, a Musa Dagh (Jabal Musa, Presso Antiochia), tra i 4000 e i 5000 armeni, accerchiati dai turchi e dagli arabi, furono imbarcati in extremis su alcune navi francesi. Ma le autorità inglesi e francesi, temendo l'ostilità delle popolazioni islamiche, si rifiutarono di lasciarle sbarcare in Egitto, a Rodi, a Cipro, in Marocco e in Tunisia. Alla fine l'Alto Commissario inglese d'Egitto accettò il loro sbarco provvisorio ad Alessandria.
Il concorso di tutte queste circostanze dimostra che il genocidio degli armeni fu un affaire esclusivamente musulmano, nelle finalità come nell'attuazione, e che nessuna fase di tale piano vide coinvolte le comunità raya. Al contrario, i rapporti pervenuti agli Alleati sugli eccidi erano di provenienza cristiana ed ebraico-ottomana. Sul fronte internazionale, poi, l'Austria e la Germania, alleate della Turchia, non furono esenti da responsabilità. In che misura i racconti di coloro che avevano preso parte a quei massacri influenzarono Hitler? Circa vent'anni più tardi, il 22 agosto 1939, alla vigilia dell’invasione della Polonia, il Führer comunicava ai comandanti in capo dei suoi eserciti riuniti a Obersalzberg:

Perciò, per il momento ho inviato a Est solo le mie unità di teste di Morto [Totenkopfverbände], con l'ordine di uccidere senza alcuna pietà né compassione tutti gli uomini, le donne e i bambini di razza o di lingua polacca. Oggigiorno chi parla ancora dello sterminio degli armeni? (Wer redet heute noch der Vernichtung der Armenier?)

(Bat Ye’or, Il declino della cristianità sotto l’islam, Lindau, pp.266-268)



Come già ricordato, recentemente, qui, il genocidio armeno è stato un’azione di jihad, perpetrata da musulmani contro non musulmani per adempiere all’obbligo coranico di islamizzare tutta la terra. Guerra, quella degli islamici contro gli “infedeli”, che continua indefessa e implacabile, e anche oggi ha mietuto le sue vittime – e a provvedere materialmente alla mietitura sono stati coloro che il mondo intero vorrebbe imporre a Israele come affidabili interlocutori di pace.
Sterminio di cristiani, sterminio di ebrei, sterminio di musulmani che vorrebbero pensare con la propria testa e non con quella di un assassino pedofilo vissuto un millennio e mezzo fa. Stermini regolarmente accompagnati da un indifferente silenzio. Ma io non tacerò. Io non mi stancherò di ricordare e denunciare perché, come dice Elie Wiesel, “Il
silenzio non aiuta mai la vittima, il silenzio aiuta sempre l'aggressore” e io, a differenza dei pacifisti di professione, non starò mai dalla parte dell’aggressore. E non smetterò di ricordare che siamo nati in libertà, e nessuno di noi ha il diritto di arrendersi, senza combattere, a chi questa libertà ce la vuole rubare.


barbara

Pubblicato il 24/4/2011 alle 19.14 nella rubrica Diario.

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