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EICHMANN

“Che padre buffo che hai” dice Nelly con una risatina. Mi guarda aspettando la mia reazione, ma io evito i suoi occhi. Cosa posso dire? Lei non sa niente della fame o delle SS. Per lei parole come baracche, latrina, o crematorio non vogliono dire niente. Parla un linguaggio diverso.
Il padre di Nelly non ha il campo, lui ha una bicicletta con la quale si reca in fabbrica, con il cestino per il pranzo legato al portapacchi.
La sua mamma tiene sempre ai piedi delle pantofole a quadretti. Pattina avanti e indietro per la cucina, praticamente senza mai sollevare i piedi dal pavimento. Vive in cucina, tra i piatti sporchi e le cose da rammendare. È sempre arrabbiata, non solo con noi, ma con le pentole, la caffettiera e il mondo intero. I suoi denti falsi li lascia in una ciotolina sullo scolatoio. Se li mette solo la domenica quando va in chiesa.

“Ce l’hai, vero, la televisione?” mi chiede quando dopo la scuola vado a vedere se c’è Nelly. “Allora vedrai anche Eichmann”. L’ostilità che c’è nella sua voce mi rende nervosa. Guardo fisso lo stoino. “Non sai chi è Eichmann?”. Arrabbiata, pattina su e giù. Passando, spinge in malo modo una sedia sotto la tavola e giocherella con i pomelli della stufa.
“È un animale! Hanno fatto bene a metterlo in una gabbia di vetro. Mi piacerebbe farlo morire a calci, quel porco bastardo!”. Si strofina a lungo le mani con il grembiule. “Lo abbiamo visto con i nostri occhi ieri in televisione. Tutti gli ebrei venivano spinti dentro un camion e quando questo si metteva in moto entrava il gas. Morivano tutti soffocati. C'era un cucciolo che saltellava intorno uggiolando. Hanno gettato dentro al camion anche lui”. Alza le mani per far vedere come avevano fatto, ma urta un armadietto.
“Il cervello si rifiuta di capire!” dice spalancando la bocca sdentata. “Che male può fare un cucciolo? Un cucciolo come quello non è mica ebreo, no?”. Nelly arriva e fa le smorfie alle spalle di sua madre.
“Ciao! Andiamo fuori a giocare”.
“No” rispondo. “Io devo andare a casa”.

Le calze mi scivolano giù, ma io non smetto di correre. Quando entro di corsa in soggiorno, la televisione è accesa. Vedo la gabbia di vetro sullo schermo. Seduto dentro c'è un uomo calvo e con gli occhiali. Sta parlando nel microfono. Non sembra un animale, sembra il signor Klerkx che qualche volta sostituisce la nostra maestra e che prima della lezione ci fa cantare:
Oh, ancora dormite bei fiorellini?
“È quello Eichmann?” chiedo delusa. “Non sembra per niente un mostro, sembra il signor Klerkx di scuola nostra”. Mio padre annuisce.
“Sembra il postino o il fornaio. Il postino porta le lettere, il fornaio fa il pane, e Eichmann mandava intere popolazioni nelle camere a gas. Faceva il suo lavoro come tutti gli altri fanno il loro. Questo mi fa impazzire”.
“Allora perché lo guardi?.”
“Perché voglio capire. Ma ora capisco ancora meno di allora”.
“La mamma di Nelly dice che le piacerebbe ammazzarlo a calci”. Mio padre ride.
“Con quelle sue pantofole sdrucite?”.
Accende una sigaretta.
“Piacerebbe a molta gente” dice. “I giornali sono pieni di lettere di gente che si offre per uccidere Eichmann. Ora che è indifeso, ora che tutti possono schiacciarlo con la suola di una ciabatta. Un intero esercito di volontari. Dov'erano questi eroi quando avevamo bisogno di loro? Ci capisco sempre meno”.
(da “Come siamo fortunati” di Carl Friedman, Giuntina, pp. 22-24)

I “noi fortunati” del titolo sono quelli nati “dopo” (l’autrice è nata nel 1952), quelli che non “hanno il campo”, come suo padre (il campo non “si è avuto”: il campo “si ha”, come una malattia cronica, con cui si impara a convivere, ma da cui non si guarisce mai più).

Esattamente cinquant’anni fa, l’11 aprile 1961, iniziava a Gerusalemme il processo ad Adolph Eichmann, conclusosi con l’unica condanna a morte eseguita in Israele (qui il video con la sentenza).


barbara

Pubblicato il 11/4/2011 alle 1.46 nella rubrica Diario.

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