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E SONO PASSATA DI EMOZIONE IN EMOZIONE (2)

La Mole eccetera

Mi sto innamorando di Torino, mi sa. È stata la seconda tappa del mio vagabondaggio, e ancora una volta sono stata catturata dal fascino discreto di questa nobile città. Dove, mi è stato detto, dovevo assolutamente visitare la Mole, e il museo del cinema in essa ospitato, cosa che, da quella bimba diligente che sono, ho prontamente fatto.
La Mole, come immagino tutti sappiano, era stata in origine progettata come sinagoga – come si può tuttora verificare dalle decorazioni del pavimento -



quando Carlo Alberto aveva concesso la libertà di culto alle religioni non cattoliche, solo che ad un certo momento sono finiti i soldi (no, un momento, come sarebbe che sono finiti i soldi? Gli ebrei non sono tutti mostruosamente ricchi? Non controllano l’intera finanza mondiale l’intero mercato mondiale l’intera economia mondiale l’industria le banche la borsa eccetera eccetera? E allora che storia sarebbe che finiscono i soldi? Boh) – soprattutto per colpa dell’architetto Antonelli che in un folle attacco di megalomania aveva pesantemente deviato dal progetto iniziale, provocando un insostenibile aumento dei costi - e hanno ceduto il monumento incompleto alla città.
Il museo del cinema è una cosa davvero emozionante, dalla preistoria, con le immagini in movimento, le scatole con le lenti in cui vedere le immagini in prospettiva, i marchingegni che fabbricano gli effetti speciali, gli esperimenti di ogni sorta, e poi tutti i macchinari, le prime gigantesche macchine per la proiezione con le pellicole che fanno un miliardo di giri prima di infilarsi, e il separé in velluto rosso con un letto rotondo in velluto rosso e cuscini in velluto rosso su cui mi sono distesa per capire a cosa servisse e mi sono ritrovata a contemplare proiettata sul soffitto una mastodontica trombata di Ultimo tango a Parigi, e le bottiglie e gli alambicchi e le foto di tutti gli attori di tutte le epoche e gli spazi ricostruiti e le chaise longue del salone centrale da cui seguire in contemporanea due maxischermi con film d’epoca e vedere lo splendore della cupola



- e peccato che da questa distanza non si possano vedere i meravigliosi intarsi del legno – e i film muti e i film in bianco e nero e i costumi e lo stanzino in cui si diventa fosforescenti e lo schermo in cui si vedono i visitatori anche se poi, fotografandomi, sono diventata questa specie di ectoplasma



e la galleria a spirale tutto intorno al salone centrale



(peccato che non fosse accessibile perché vi era una mostra in allestimento) e la vista mozzafiato dall’alto dopo trequarti d’ora di coda per accedere all’ascensore però ne valeva la pena, oh se ne valeva la pena.

E poi Lieberman, ministro degli esteri israeliano in missione diplomatica, che le oche starnazzanti continuano a definire uomo di estrema destra, fanatico, estremista, fascista e chi più ne ha più ne metta, ma naturalmente tutto ciò è assolutamente falso, come sempre lo sono le affermazioni delle oche starnazzanti (io a dire la verità non sarei stata fra gli aventi diritto ad accedere, ma con i miei potentissimi mezzi ho potuto farlo lo stesso). Non sono invece andata – per mia scelta, anche se si è trattato di una scelta praticamente obbligata – a un secondo incontro nel quale, a quanto mi è stato riferito, sembrerebbe avere ripreso quanto scritto da Emanuel e da me. Il che significa che o il ministro ci copia, oppure le nostre considerazioni sono condivise dall’alta diplomazia. Peccato solo che, come troppo spesso succede in queste circostanze, coloro che avrebbero dovuto unicamente presentare il ministro sono andati avanti talmente a lungo a sbrodolarsi di parole, che poi il ministro è stato costretto a tagliare il suo discorso perché di tempo non ce n’era più. Certo, come già detto nel post precedente, non si può avere tutto dalla vita, ma in questo caso la cosa appare decisamente più sgradevole. Ma voglio concludere questo scritto con un appunto personale fatto da Lieberman: nato in Russia, immigrato in Israele all’età di vent’anni, per guadagnarsi da vivere ha iniziato a lavorare come facchino all’aeroporto; oggi, a poco più di cinquant’anni, è ministro degli esteri. E una cosa simile non accade in nessun’altra parte del mondo, neppure negli Stati Uniti. Anche in questo, come in mille altre cose, Israele è davvero qualcosa di unico.

barbara

Pubblicato il 22/3/2011 alle 14.23 nella rubrica Diario.

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