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UN RICORDO

Jacques Stroumsa, Il violinista di Auschwitz

Caro amico Jacques, caro amico lontano, figlio di quel popolo che viene da lontano, come i trovatori di altri tempi hai percorso le nostre città spostandoti da un luogo all’altro, invitato d’onore, testimone e depositario di tristi verità.
“Che vengano a dirmi che non è vero. Scelgano anche il luogo, a Parigi, a Londra o in qualsiasi altro posto, a me va bene. Che scelgano anche la data e l’ora ed io verrò. Ma non per dieci minuti, che mi si lasci parlare per almeno due ore. E che mi dicano che non è vero, che me lo dicano in faccia. Ma non osano”.
Coraggioso e sventurato trovatore dei tempi moderni non avevi da offrire versi d’amore per i cuori ardenti di passioni né tanto meno rime epiche per esaltare l’orgoglio di nobili condottieri in cerca di avventure. La nobiltà di duelli leali non rimava più con l’umanità.
La tua canzone e il violino, tuo fedele compagno, privati del soffio vitale della creatività, attingevano la propria ispirazione nel fondo delle tue viscere sigillate con la forza della violenza, visibile e leggibile sulla carne del tuo braccio rattrappito sui cui appariva il marchio dell’umiliazione e della vergogna. Un giorno, non così tanto remoto, privato del nome, ti avevano dichiarato un numero, il 124097. “Il numero lo dovevamo sapere in polacco, perché i Kapo parlavano polacco”.
E’ la storia di questo numero che ci hai dovuto svelare e rendere intellegibile. Latore di questo sciagurato sigillo ti sei presentato nei nostri auditorium, nelle aule magne delle nostre scuole, per raccontare un piccolo doloroso tassello di questa spaventosa storia di cui tu Jacques, figlio di questo popolo antico, dovevi figurare tra i protagonisti, quelle false comparse di un dramma dove, dietro le quinte, in sordina, dovevate, tu e il tuo popolo, a tutti i costi perire. Parlando di te, hai parlato per gli altri, per quelli che non potevano e per quelli ancora, come la tua amata sposa Laura, che non ci riuscivano, preferendo il silenzio.
Hai voluto e dovuto parlare, risucchiato per sempre, fino alla fine in un vortice infernale e implacabile. Sfortunatamente facevi parte di quel gruppo e sventurata generazione ma, per prima cosa, dettaglio non da poco, il tuo torto fu di essere un figlio di quel popolo odioso e maledetto a cui non era mai stato concesso il diritto di scegliere.
Ciò nonostante, e nei labili margini di manovra di cui hai potuto disporre, hai sempre scelto la vita. Amante della vita sei sempre stato sensibile alle sofferenze degli altri e non hai mai preteso di aver sofferto più di altri. “Appena finita la guerra l’umanità era ferita. Nessuno voleva ascoltarci. Ci chiedevano di tacere. Vi diamo tutto quello che volete, ma, per favore, state zitti”. Il destino, in quest’ultima tappa della tua vita ti ha voluto lasciare il tempo necessario per riprendere le fila della tua storia e concederti la possibilità di svelarci ciò che avevi creduto, saggiamente, per un certo periodo, di tacere.
“Nessuno può conoscere in anticipo il proprio destino, e io Jacques Stroumsa, nato nel 1913, a Salonicco, non avrei mai potuto immaginare che nel mio secolo e dal mio paese natale la Grecia, culla della civiltà europea, il mio destino m’avrebbe portato a conoscere la deportazione, l’umiliazione nei campi di concentramento.
Nessuno mi avrebbe potuto predire che sarei stato internato nel famigerato lager di Auschwitz, diventando il numero 124097.” La spietata legge della soluzione finale però non prevedeva eccezioni e tutti gli ebrei caduti nelle grinfie dei nazisti dovevano essere eliminati. Perfino a Rodi e nelle isole circostanti del Dodecaneso i nazisti allestirono delle navi per deportare ed uccidere le piccole comunità ebraiche locali.
Tribuno di questa orribile Memoria, la tua vita si è intrecciata lungo un sottilissimo filo che ti ha scaraventato, nei migliori anni della tua vita, nel mezzo di una delle peggiori catastrofi che l’essere umano abbia mai conosciuto: la deportazione, l’umiliazione, l’abbandono, la frustrazione e la schiavitù. Voi sopravvissuti ne siete usciti esangui e disorientati.
Figli sventurati avevate perso la bussola e quei riferimenti minimi che, sin dall’infanzia ci fanno temere e allo stesso tempo amare la vita, con le sue gioie e preoccupazioni quotidiane ma che, nonostante tutto, ci spinge ad accettare il gioco, a credere nelle nostre forze, anche fragili, confortati dal calore umano che emana dai nostri compagni di viaggio.
L’uomo, infatti, non è un’isola. All’uscita dei campi, soli ed abbandonati, non sapevate più se eravate ancora degli uomini. Ce l’avevate fatta, ma a che prezzo? A te Jacques, come agli altri sventurati, questo passato vi ha perseguitato e ossessionato gettando un’ombra e compromettendo, a posteriori, la vostra esistenza come uomini liberi.
Poco importa infatti, se l’esistenza da uomo libero sia stata, fortunatamente molto più lunga. L’uomo non è una semplice somma di anni vissuti. L’esperienza concentrazionaria ha annientato e roso come un tarlo i migliori dei vostri. Poco prima di porre fine ai suoi giorni, Primo Levi si chiedeva, con tormento e vergogna, se, sopravvivendo, non avesse usurpato il posto di qualcun altro più meritevole di lui.
“Hai vergogna perché sei vivo al posto di un altro? Ed in specie, di un uomo più generoso, più sensibile, più savio, più degno di vivere di te? Non lo puoi escludere…. Sopravvivevano i peggiori, e cioè i più adatti; i migliori sono morti tutti”. Un tarlo doloroso e fatale di cui gli assassini, i nazisti, erano perfettamente consci, così abili a usurare gli uomini, ricattandoli e mettendo a nudo la profonda fragilità dell’essere umano.
“Rimpiango di non averlo conosciuto. Di passaggio a Torino, dopo la sua scomparsa, mi sono recato sulla sua tomba per una piccola preghiera. Il cimitero era chiuso, a causa di una festività ebraica. Il custode non voleva assolutamente farmi entrare.
Per convincerlo gli ho allora mostrato il mio braccio su cui era inciso il mio numero. Impietositosi mi ha fatto entrare e così ho potuto chinarmi sulla sua tomba e fare una piccola preghiera. Nessuno di noi deve sentirsi in colpa per essere sopravvissuto. Non siamo noi i responsabili. Perché mai dovremmo sentirci in colpa?
Qualcuno di noi doveva sopravvivere per poter raccontare. Ce lo dicevamo, era un patto. Chi sarebbe sopravvissuto avrebbe poi dovuto testimoniare” Sopravvivere non è stata una vittoria, ma una sconfitta. La pesante eredità di Auschwitz l’avete dovuta portare fino alla fine. I nazisti il loro obiettivo l’hanno raggiunto, le loro prede non sono riuscite a fuggire. Siete tutti caduti nella loro trappola mortale, come topi.
Sei milioni dei vostri assassinati in così poco tempo. A chi importava la vostra morte? Per l’umanità si trattava di una misera manciata di ebrei e per un po’ l’umanità si è sentita sollevata.
Risorti dalla catastrofe la loro presenza è però diventata di nuovo ingombrante, e il cuore antisemita ha ripreso a vociferare, ritrovando le sue piazze. I carnefici di ieri sono invece tranquilli e fiduciosi del loro avvenire.
A parte qualche rimprovero qua e la sulla loro colpa e responsabilità collettiva, hanno ripreso velocemente il loro posto in seno alle nazioni, sfuggendo dal banco degli imputati.
Loro, non hanno commesso alcun peccato originale. Nessuno osa contestare il loro diritto ad esistere. Nessuno osa metterli pubblicamente alla gogna. Nessuno osa boicottare i loro prodotti o i loro atleti. Nessuno pianifica attentati o rapimenti per proporre obbrobriosi e mostruosi ricatti. Nessuno invoca la distruzione e l’annientamento della loro nazione.
Da parte tua Jacques mai però una parola di odio o di rancore nei confronti dei figli dei carnefici. Trovatore della Memoria non venivi alla ricerca di vendette postume. “Sono i nazisti colpevoli, non i tedeschi”, hai tenuto spesso a sottolineare, nel corso delle tue conferenze. Senza rancore hai visitato a più riprese il paese e le città dei tuoi carnefici, recandoti sempre in veste di sopravvissuto e testimone.
Non hai rifiutato alcun invito. Hai avuto la forza morale di affrontarli e ricordare loro senza ambiguità e false cautele, nella loro lingua, il tedesco, ciò che sapevano già, i crimini dei loro padri. Nonostante l’età avanzata e la tua piccola statura non ti sei fatto intimorire dagli sguardi loschi di piccoli simpatizzanti neonazisti.
Erano loro a dover aver paura di te. Sapevi, perché purtroppo l’avevi sperimentato sulla tua pelle, che i nazisti erano e sono dei vigliacchi. Di fronte ad un professore impaurito e un po’ ignavo che voleva metterti in guardia sulla presenza minacciosa di qualche suo alunno, il tuo braccio non tremava e spettava ancora a te insegnargli la forza della determinazione e del coraggio.
“Sbatteteli fuori. Che cosa aspetta? E’ lei l’insegnante. Se si permettono d’infastidirmi li prendo e li butto giù dalla finestra. Quando sono stato deportato nessuno mi ha chiesto se ero d’accordo. Io faccio quello che voglio. Quale tribunale tedesco oserebbe condannarmi?”
Sì Jacques, ci mancherai. Ci mancherà la tua presenza capace di mettere a nudo la nostra codardia ed ignavia. Sei venuto e tornato, anno dopo anno, per presentare il tuo libro “Violinista ad Auschwitz”, edito in numerose lingue, disponibile ad incontrare e a parlare davanti a qualsiasi pubblico: ragazzini delle medie, liceali, adulti e storici rinomati. In alcuni casi i tuoi viaggi sono stati delle vere e proprie tournées. Tenori e musicisti hanno avuto il piacere di accompagnare le tue esibizioni al violino.
“Sono stato fortunato. Ad Auschwitz si poteva morire da un momento all’altro. La morte era sempre in agguato. Se sono ancora vivo, qui con voi, è perché ho avuto molta fortuna: ero ingegnere, sapevo molte lingue e sapevo tocar il violino. Questa fortuna implica però un dovere, il dovere di testimoniare e di raccontare quello che ho vissuto. La mia vita ha un senso solo se utilizzata per continuare a testimoniare, in ricordo dei miei compagni scomparsi, assassinati, affinché essi non siano morti invano.”
Quando parlavi la tua voce vibrava forte e profonda, quasi arcana, come se provenisse da un tempo lontano e infinito, e il pubblico ti ascoltava in silenzio. E tu, nonostante l’aspetto un po’ buffo, dall’età indefinita, non sembravi per nulla affaticato e davi l’impressione che avresti continuato a lungo. Man mano che andavi avanti col racconto il tuo corpo si rinvigoriva, la tua mente lucida riscopriva ricordi e dettagli reconditi che a loro volta ne richiamavano tanti altri.
“Potremmo continuare a parlare tutta la notte e i giorni successivi senza mai riuscire ad esaurire il discorso”.
Con queste parole eri solito concludere le tue conferenze per poi accingerti ad eseguire un breve brano musicale con il tuo violino. Figlio del Mediterraneo, uomini cresciuti all’insegna dell’odio e nel culto della morte avrebbero voluto che “crepassi” nelle paludi dell’Europa orientale ridotto ad un pugno di cenere. Tu Jacques Stroumsa non ti rassegnasti e, aiutato dalla fortuna riuscisti a resistere ed aspettare con pazienza il momento della liberazione. Anni dopo il Mediterraneo ti richiamò offrendoti un’altra sponda, laggiù, nell’antica terra dei tuoi progenitori, per ricostruire quella famiglia che l’Europa ti aveva vigliaccamente sottratto e per contribuire alla rinascita della tua nazione, progettando e realizzando, tra le altre cose, l’impianto d’illuminazione della vostra capitale, Gerusalemme.
Fino all’ultimo hai continuato a testimoniare, debitore della lunga vita che il destino ti aveva voluto concedere: “Per parlare della Shoah potremmo continuare all’infinito senza riuscire mai a mettere la parola fine.” Ci riusciremo noi, un giorno? La Shoah per un verso e per l’altro continua a far parlare di sé. Tra negazionismo e perverse strumentalizzazioni, le tristi sequele continuano ad avvelenare il tormentato rapporto che il mondo intrattiene e vuole intrattenere con il popolo ebraico e d’Israele.
Nonostante la Shoah l’antisemitismo non è scomparso e l’odio e sentimento antiebraico sono sempre in agguato.
Nonostante la Shoah il popolo ebraico non è al riparo da una nuova e reiterata voglia di annientamento.
Domenica 14 novembre 2010 si è conclusa una piccola e grande pagina della storia. Alle ore 10:30, all’età di 97 anni, si è spento a Gerusalemme il dr. Jacques Stroumsa.

Lanfranco Di Genio (pubblicato in Informazione Corretta)

E mi viene da dire: meno male che se n’è andato in tempo, risparmiandosi di vedere ciò che stiamo vedendo in questi giorni nella sua e nostra amata terra. Ciao Jacques, riposa in pace: lo hai meritato.

      

barbara

Pubblicato il 3/12/2010 alle 23.59 nella rubrica Diario.

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