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30 NOVEMBRE 1939

L'annuncio della prima deportazione arrivò a Ko­nin, senza preavviso, giovedì 30 novembre. Gli Hahn sentirono un secco rumore di passi affrettati giù per la scala del loro seminterrato in Tepper Mark, ora ribat­tezzato Horst Wessel Platz: gli uomini della Gestapo sfondarono la porta e ordinarono a tutti di uscire. «Non avevamo nessun oggetto di valore da portare via - racconta Izzy - e nemmeno valigie per i vestiti: allora non si andava mica in vacanza come si fa adesso. Mia madre si mise un indumento sopra l'altro, mio padre indossò vari strati di giacche e anche noi ragazzi c'in­filammo quanta più roba possibile. Si dovette far tutto in un tempo brevissimo. Eravamo terrorizzati. Quelli della Gestapo erano molto alti, il nostro soffitto piut­tosto basso: t'immagini cosa potevano sembrare a noi bambini? Dei giganti. La mia sorellina cominciò a piangere, poi anche mamma. Non avevamo la minima idea di quello che ci sarebbe capitato o dove ci avreb­bero portati.»
I 1080 ebrei selezionati per la deportazione furono condotti nei centri di raccolta, tenuti lì fino a mezza­notte e poi trasportati con autocarri alla stazione. «Durante il tragitto gettammo un ultimo sguardo ai luoghi dov'eravamo vissuti.» Per i deportati era difficile capire che cosa stesse accadendo: fino al giorno prima avevano abitato nella propria casa, dormito nel proprio letto, mangiato al proprio tavolo. Ora si ritrovavano con quaranta o cinquanta altri prigionieri, stipati dentro un vagone merci o su un carro bestiame, rannicchiati o di­stesi sulle nude assi, stringendosi l'uno all'altro per combattere il gelo di dicembre. Erano affamati, oppressi dalla sete, costretti a respirare il fetore di secchi stracolmi, usati come latrina; i bambini piangevano, gli anziani si lamentavano, qualcuno sveniva. E tutto questo senza sapere a cosa andavano incontro.
Spesso il convoglio veniva deviato su binari morti per far passare i trasporti militari. A volte rimaneva fermo per ore e ore, e l'agonia era ancora più interminabile di quando si viaggiava. Il treno seguiva certi itinerari viziosi che lo riportavano spesso negli stessi luoghi, ma si dirigeva comunque verso est. La seconda mattina le guardie aprirono le porte e concessero ai passeggeri cinque minuti d'aria accanto ai vagoni. Felig Bulka, il medico di Konin, era fra i deportati e correva da un vagone all'altro per prodigare il suo aiuto. Il 3 dicembre il treno fece il suo ingresso nella stazione di Ostrowiec Swietokrzyski, città industriale nella Provincia di Kielce: c’erano voluti più di due giorni per percorrere i duecentosessanta chilometri che la separano da Konin. Ad accogliere inuovi arrivati, che uscivano barcollanti dal treno, c’era un comitato: distribuì pane e tè, e per tutti trovò una sistemazione in casa di ebrei.
La prima deportazione allontanò da Konin circa la metà degli ebrei che vi abitavano all'arrivo dei tedeschi. Nel luglio del 1940 venne deportata la restante metà, inizialmente verso Zagórów, Grodziec e altri villaggi della campagna a sud di Konin. Gli ebrei trovavano riparo dove potevano: nei granai, nelle stalle o in stan­ze prese in affitto dai contadini.
Sebbene tutta la popolazione polacca abbia patito pro­fondamente in questo periodo, il 1941 fu «rok zydowski», l'"anno degli ebrei", come lo definì Antoni Studzinski.
Convogli sempre più frequenti viaggiavano verso est, con il loro carico di deportati diretti ai Ghetti di Ostrowiec e di Józefów-Bilgorajski (nei territori del Governatorato generale della Polonia centrale), o raggiungevano di­rettamente Treblinka e gli altri campi della morte. Ma
a migliaia di famiglie ebree della regione di Konin fu­rono risparmiati questi terribili viaggi: vennero sempli­cemente massacrate nella foresta di Kazimierz Biskupi, a non più di quindici chilometri dalla Piazza Grande della città.
Verso la metà del 1942 i burocrati tedeschi potevano già esibire con orgoglio le loro statistiche con un sod­disfacente zero in corrispondenza di una delle voci: a Konin non c'era più un solo ebreo. (Konin, pp.138-140)

Adesso non è più consentito deportare ebrei dall’Europa; è per questo che sono costretti ad ammazzarli sul posto, dove li trovano: in sinagoghe, sedi di comunità, centri di studio, eccetera. Da Israele invece riescono ancora a deportarli: penetrano all’interno dello stato, qualcuno lo ammazzano subito, qualcuno se lo portano via. E, oggi come allora, la Croce Rossa non muove un dito per tentare di visitarli e le famiglie, dopo anni, ancora non hanno modo di sapere se siano vivi o morti.

barbara

Pubblicato il 30/11/2010 alle 2.23 nella rubrica Diario.

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