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LELE LUZZATI E DINTORNI

Era per via della giornata della cultura ebraica. C’era una mostra, intorno al Tempio piccolo e nella sala delle conferenze, di Lele Luzzati, e in un’altra sala un’altra mostra, di notevole interesse, di David Ruff. E poi c’erano delle Persone che dovevano parlare – peccato solo che prima di loro c’erano i saluti delle autorità che, a forza di sarò breve, sarò brevissimo, io sarò ancora più breve, hanno portato via una buona metà del tempo disponibile. L’unico – lo dico? Non lo dico? Massì dai, lo dico – che non ha frantumato i dicotiledoni sbrodolandosi di parole vuote e di insulsa retorica, è stato il rappresentante della comunità islamica, che si è limitato ad alzarsi e salutare con un accenno di inchino quando è stato nominato, ed è tornato a sedersi. Vabbè, poi, dopo le autorità, hanno finalmente parlato le Persone.
Il primo è stato Ugo Volli (sì, lui), che ha parlato del rapporto – non certo armonioso - fra ebraismo e arti figurative, analizzando le parole esatte che nella bibbia ne raccomandano l’astensione, e il loro esatto significato: tutte le immagini, o solo quelle in rilievo? E perché le immagini sono proibite? Per due motivi, essenzialmente: uno, che certamente conosciamo tutti, è il rischio di cadere nell’idolatria. L’altro, su cui forse ci si sofferma meno, si rifà alla narrazione della creazione: D*o crea Adamo forgiandolo nel fango. Compiere un’operazione analoga significa sfidarLo, mettersi in concorrenza con Lui. Ed è per questo motivo che fra le ricchissime manifestazioni artistiche della cultura ebraica, le arti figurative non hanno niente di paragonabile alla fioritura che tali arti hanno avuto, in tutti i tempi, nel mondo cristiano. E quando una pittura ebraica comincia a prendere vita, con Chagall, con Luzzati, con Modigliani, con Ruff, non è mai una raffigurazione realistica, le figure umane non sono vere figure umane: sono favole, sono sogni, sono trasfigurazioni, sono magia... (E magia è anche il parlare, il comunicare, il trasmettere, l’irradiare di Ugo Volli e quello, spero che mi perdonerete, non posso davvero trasferirlo in questa pagina). Un’altra “strategia di compromesso”, che l’arte figurativa ebraica ha in comune con quella islamica, anch’essa prevalentemente, anche se non esclusivamente, refrattaria alla raffigurazione naturalistica, è l’uso della scrittura: il testo scritto, la frase, la parola, la lettera dell’alfabeto usate come elemento decorativo, come segno pittorico, come componente inscindibile dell’immagine.
Poi ha parlato Marina Falco Foa, pittrice e allieva di Lele Luzzati, che in modo deliziosamente semplice e piano ha illustrato le tecniche di Luzzati, la mescolanza, in uno stesso lavoro, di pittura e collage, il modo di lavorare, e ha raccontato, con amore e con garbo, alcuni aneddoti, fra cui quello che vede Lele Luzzati girare per le strade di Genova insieme all’amico Alessandro Fersen negli anni del dopoguerra, quando le condizioni di vita non erano più così drammatiche e cominciava a girare qualche soldo in più e qualcuno ne approfittava per cambiare i mobili di casa buttando via quelli vecchi, e Luzzati e Fersen raccattavano su queste cose vecchie per usarle per il teatro (eh, sì, altri tempi... E altro senso dell’arte e del teatro).
Hanno chiuso l’incontro la curatrice della mostra e la vedova di Ruff, che purtroppo non hanno potuto dire molto a causa del tempo scippato dalle autorità; nell’insieme comunque è stata davvero una cosa molto bella e molto emozionante.
Qui c’è molto meno di quello che vi ho raccontato io, ma vi ci mando lo stesso (nessuno si senta offeso, nessuno si senta escluso) perché, come si suol dire, io c’ero. E si vede.


Tavola dipinta da Emanuele Luzzati per la copertina del libro Il cantico dei cantici, tradotto da Sigrid Sohn e da me


David Ruff, Correspondances, 1972

barbara

Pubblicato il 6/9/2010 alle 23.8 nella rubrica Diario.

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