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IL VENTO DI KABUL

Mi piace sfogliare una vecchia guida turistica dell'Afghani­stan, perché mi racconta un Paese che io non ho conosciuto. È scritta da Nancy Hatch Dupree, una signora inglese molto famosa tra gli afghani, sposata con l'antropologo Louis Du­pree che aveva vissuto e viaggiato in lungo e in largo tra le montagne e le città afghane.
I suoi libri, insieme a quelli del marito, intorno agli anni Settanta erano il meglio che un turista in viaggio in Afghani­stan potesse trovare. Ora sono solo un'agghiacciante testimo­nianza di quello che la furia dell'uomo è riuscita a compiere.
Raccontavano di luoghi che non esistono più, dove era possibile girare in macchina, fermarsi a mangiare nei piccoli ristoranti di cittadine che oggi sentiamo nominare solo per­ché sono diventate il cuore pulsante della guerriglia e dei suoi sanguinosi attacchi. La Dupree scrive di hotel raffinati di pri­ma classe con bagni in camera e menu europei. E poi descri­ve piccoli alberghi in stile locale dove si potevano gustare de­liziosi kebab preparati con carne di agnello o eccellenti ahshak, i ravioli di pasta ripieni di carne macinata e porro, rico­perti di panna acida. A me non sono mai piaciuti, ma il mo­do in cui la Dupree ne parla fa venire voglia di assaggiarli di nuovo... magari, penso, mi sono sbagliata. Si racconta di mu­sei che custodivano tesori di arte islamica e pre-islamica, di minareti e moschee che avevano fatto da sfondo al passaggio delle carovane lungo la via della seta nel corso dei secoli. Mu­sei che sono stati saccheggiati durante le guerre e che la furia religiosa dei talebani ha poi distrutto. Si descrivono fantasti­ci bazar dove era possibile acquistare tappeti, oggetti in legno intagliato e in argento, borse in pelle, coperte e chapan, i mantelli locali con le lunghe maniche di fogge differenti che il mondo ha visto indossati dal presidente Karzai a righe blu e verdi. Si passava da una città all'altra in aereo o guidando, e le distanze di percorrenza indicate per ogni tragitto sono impensabili nell'Afghanistan di oggi. Nancy Dupree ha dedi­cato la sua vita a catalogare, preservare e far conoscere l'arte, la storia e l'archeologia dell'Afghanistan.
Nel novembre 2001, con il Paese in preda all'anarchia, leggere i suoi libri serviva a sopportare e capire meglio la de­vastazione che circondava chiunque arrivasse a Kabul o nelle altre città afghane in quel periodo. Un altro Afghanistan era quindi esistito, pensavo a tarda sera quando, leggendo quelle vecchie pagine, mi concedevo una pausa prima di addormentarmi nel sacco a pelo della fredda stanza dell'Hotel Intercontinental.

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I piedini nudi penzolavano dalle panche e toccavano il fango che invadeva tutto il cortile. Sono così belle le bambine afghane che ogni volta diventa difficile raccontare in televisione le condizioni disperate in cui vivono. I loro visi, i loro occhi verdi, i loro vestiti colorati riempiono le inquadrature e al montaggio tutto appare meno drammatico di quello che è. Ma i piedini nudi nel fango non sono finzione: sono, purtroppo, la tragica realtà.

Una giornalista onesta, che guarda con occhio non strabico, non viziato da ideologie di sorta, e descrive e racconta ciò che vede, che denuncia errori e responsabilità e colpe e crimini ovunque si trovino, senza sconti per nessuna delle parti in causa. E forse, con questo libro bellissimo e appassionato, ci aiuta a capire un po’ di più una realtà così lontana da noi, e che troppo raramente raggiunge le nostre case.

Tiziana Ferrario, Il vento di Kabul, Baldini Castoldi Dalai



barbara

Pubblicato il 5/5/2010 alle 18.55 nella rubrica Diario.

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