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GUIDA (ITALIANA) ALLA GUERRA SANTA

Così il sito di un gruppo musulmano nel nostro Paese esalta l’esempio dei kamikaze

di GIAN ANTONIO STELLA

«L’allenamento militare è un obbligo islamico e non una opzione» per «ogni sano, maschio, maturo musulmano, che sia ricco o povero, che stia studiando o lavorando, sia che viva in un Paese musulmano o non-musulmano».
Proprio nei giorni in cui l’Occidente scosso dal massacro di New York tende la mano al mondo islamico riconoscendo l’abisso che c’è tra quanti si riconoscono nel Corano della pace e della tolleranza e quanti vi cercano parole di odio, un sito Internet italiano semina messaggi di minacciosa ambiguità. Si chiama «Islam Jihad Italia» (www.islamitalia.it), si vanta d’essere «il portale dei musulmani» nostrani, è il più visitato dai navigatori sia per AltaVista sia per Google ed è l’organo on-line dell’Unione delle comunità e delle organizzazioni islamiche in Italia (Ucoii). Un movimento che, spiega il libro «Islam, Italia» di Magdi Allam e Roberto Gritti, è minoritario nel panorama nazionale, ha il segretario nel convertito Hamza Roberto Piccardo e si riconosce nei Fratelli Musulmani.
I fratelli musulmani sono l’ala più dura e pura di quel fronte che punta apertamente a islamizzare l’Europa e l’Italia galleggiando sfuggente: né con Bin Laden, né contro Bin Laden. Con ripetuti ammiccamenti a tutte le jihad sparse per i continenti.
C’è tutto, nel sito. L’irrisione strafottente a un signore che chiede perché gli islamici rivendichino qui il diritto a convertire i cattolici quando non è permesso il contrario in Arabia: «Il paragone non è valido perché l’Arabia Saudita è uno Stato a regime islamico. L’Italia non è così, dunque non si può parlare di reciprocità: si tratta di una repubblica fondata sul lavoro e non sul Corano o sulla Bibbia!». La prescrizione alle donne a non uscire senza essere accompagnate da marito, fratello o figlio.
L’approvazione del processo ai cristiani accusati di proselitismo a Kabul: «È logico che ciò che è legale da noi può non esserlo in altri Stati». L’invito a finanziare la guerra santa dei talebani.
Per «Islam Jihad Italia» (le tre parole sono in bianco, rosso e verde) l’Afghanistan è in realtà «l’unico Paese nel mondo nel quale Allah ha riacceso il Jihad nel 20° secolo», dove «gli eruditi Islamici vivono vite semplici» e hanno «implementato con successo la Shariah», la legge islamica, «riportando la legge e l’ordine». Di più: quello di Kabul è «l’unico governo musulmano che si è rifiutato di prostrarsi sotto la pressione dei nemici di Allah». Tanto che la soluzione di «tutte le calamità» islamiche della Terra, dalla Palestina alla Cecenia, dal Kashmir alle Filippine e all’Indonesia, non sarà «niente se l’unico gruppo di Musulmani che si è alzato e ha implementato la Shariah dovesse cadere».
La parte più sconcertante del sito però, destinata ad accendere la polemica e sollevare le dissociazioni delle organizzazioni islamiche più responsabili, è quella che con un link si richiama alla guerra santa in Cecenia. E non tanto per le foto raggelanti di soldati russi mutilati per rappresaglia. Quanto perché la Cecenia è il punto di partenza per mettere a fuoco due temi generali: la liceità del suicidio dei kamikaze maomettani e la necessità che tutti i musulmani si allenino alla jihad poiché «chiunque muore senza avere combattuto in battaglia, e senza avere il sincero desiderio nel suo cuor di combattere in battaglia, muore su di un ramo di ipocrisia».
Sia chiaro: il movimento coordinato da Piccardo (che come tutti i Fratelli Musulmani ha stretto un patto di obbedienza, la bayaa, che si basa, come spiega Allam, «sull’accettazione da parte dell’adepto a prestare obbedienza al proprio capo spirituale considerandola pari all’obbedienza al profeta Maometto e quindi pari a Dio») ha detto subito parole di censura sull’attentato a New York. È vero che ha dato spazio all’ipotesi che a fare la strage siano stati gli israeliani: «Solo loro han ricavato guadagno da tutto ciò che è successo. (...) La gente americana, generalmente, è beatamente inconsapevole della macchinazione israeliana, è condotta dal naso dei media che è dominato dagli ebrei». Ma la presa di distanza c’è stata. E va registrata.
La teorizzazione del suicidio nel nome di Allah, però, è resa esplicita con parole che vanno oltre il conflitto ceceno e non lasciano margini a dubbi e distinguo. Spiega infatti il sito, sotto il titolo «Giudizio Islamico Circa la Permissibilità di Operazioni di Martirio», che «il nome "operazioni di suicidio" usato da alcuni è inaccurato, infatti questo nome è stato scelto dagli Ebrei al fine di scoraggiare la gente da tali imprese» poiché «non c’è alcun’altra tecnica che diffonda così tanto terrore nei loro cuori». L’obiettivo, spiega Islam Jihad Italia, cantando il sacrificio della cecena Hawa Barayev, «una delle poche donne il cui nome sarà registrato nella storia», è chiaro: «Cercare il martirio. Infliggere perdite sul nemico. Incoraggiare i Musulmani ad attaccare. Demoralizzare il nemico, mostrando loro che se un uomo può fare ciò, allora cosa è capace di fare la totalità!».
L’importante, precisano tutti i saggi, è non morire inutilmente: «Se, ad ogni modo, egli sa che non infliggerà alcune perdite al nemico, non è permissibile per lui di attaccarli, in quanto non contribuirebbe al rafforzamento della religione». Allora il suicidio torna a essere un peccato perché non porta «alcun beneficio ai Musulmani». Ma se i «miscredenti» destinati a saltare per aria sono tanti, allora Allah sarà misericordioso: «Purché ottenga qualche cosa, come uccidere, ferire o sconfiggere il nemico».
Vale per l’Afghanistan, la Cecenia, la Palestina o il mondo intero? Rispondono le pagine on-line dedicate al tema: «Come posso allenarmi per Jihad ». Dove la parola, dopo le seccate precisazioni intorno al «vero significato» che sarebbe quello di «combattimento interiore», assume un senso differente. Più vicino alle idee bellicose di Bin Laden che a quelle degli islamici sinceramente moderati e tolleranti che costituiscono la grande maggioranza del panorama italiano e internazionale.
L’interpretazione del versetto (8.60: «Preparate, contro di loro, tutte le forze che potrete (raccogliere) e i cavalli addestrati per terrorizzare il nemico di Allah...») è affidata a «Sahih Muslim», cioè l’«opera omnia genuina di Muslim», uno dei grandi interpreti del Corano. Ed è secca: «La forza è sparare, la forza è sparare, la forza è sparare». Precisa tuttavia il sito che a tanto si arriverà dopo. Prima c’è l’allenamento. Corse. Flessioni. Iscrizioni a «club che insegnano armi come il combattimento con la spada o il coltello». Fino ad arrivare all’«addestramento su armi da fuoco». Spiegazioni in dettaglio: «In alcuni Stati degli Usa o Sud Africa, è perfettamente legale per componenti del pubblico di possedere certi tipi di armi da fuoco. Se vivete in tali Paesi, ottenete un fucile d’assalto legalmente, preferibilmente AK-47 o variazioni, imparate come usarlo appropriatamente...».
Corriere della Sera 20/9/2001

Tutto noto, tutto documentato, tutto esplicitamente dichiarato nero su bianco già quasi dieci anni fa. E qualcuno ancora si affanna a dimostrare che saremmo noi gli esaltati, che saremmo noi i visionari, che saremmo noi i fissati.
Nel frattempo, tanto per restare tra fissati, andate a leggere anche questo e questo.


barbara

Pubblicato il 22/3/2010 alle 23.35 nella rubrica Diario.

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