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OGGI PARLO DI CALCIO

Con le parole del grande Gian Antonio Stella


Weisz e l'occasione che il calcio ha perso


Nel derby non c' è stato un minuto per ricordare il tecnico morto ad Auschwitz

Peccato. Poteva essere l'occasione giusta, il derby, perché l'Inter ricordasse la tragedia di uno dei suoi allenatori più grandi. Perché la partita con il Milan era proprio alla vigilia del Giorno della Memoria, celebrato oggi. Perché da mesi è in corso un'indecente offensiva razzista contro Mario Balottelli. Perché, infine, si giocava nello stadio intitolato a Pepin Meazza, il più famoso dei fuoriclasse scoperti dall'uomo straordinario di cui stiamo parlando: l'ebreo Árpád Weisz, morto ad Auschwitz nel 1944 dopo essere sopravvissuto qualche anno allo sterminio della moglie e dei due figli. Bastava un minuto di silenzio. Solo un minuto di silenzio. Macché. Ancora una volta, nonostante la sempre più ammorbante spazzatura negazionista quotidianamente rovesciata in internet suggerisse la necessità di un forte gesto simbolico, non solo la Lega, la Figc, il mondo del calcio in generale (che si limita nel ricordo da pochi anni all'organizzazione di un torneo giovanile a Roma...) ma anche l'Inter multietnica di Massimo Moratti hanno totalmente dimenticato quel pezzo del loro passato. Non era uno qualunque, Árpád Weisz. Intendiamoci, l'infamia del suo assassinio sarebbe stata uguale se fosse stato un mediocre «mister» di una mediocre squadretta di mediocri dilettanti. Ma Árpád Weisz, ungherese, giocatore del Padova, dell'Inter e della nazionale magiara prima di appendere le scarpette al chiodo, fu un grande. Che non solo scoprì eccezionali talenti come appunto Giuseppe Meazza, ma vinse tre scudetti negli anni d'oro del calcio italiano: uno nella stagione 1929-30 con l'Inter (allora Ambrosiana) e due, nel 1935-36 e nel 1936-37, col Bologna. Altra società che di nuovo si è scordata di lui nonostante Weisz l'avesse portata nel '37 a vincere a Parigi quella che allora era una specie di Coppa dei Campioni, la Coppa dell'Esposizione, stracciando per 4 a 1 in finale i «maestri» inglesi del Chelsea. Era ai vertici del calcio italiano e non solo, Árpád Weisz, quando vennero varate nel 1938 le leggi razziali fasciste. Anche per aver scritto con Aldo Molinari un famoso manuale, «Il Giuoco del calcio», con la prefazione di Vittorio Pozzo. Eppure, quando l'anno dopo il trionfo europeo fu costretto ad andarsene dal Bologna, sparì nel nulla come spariscono i pali e le reti e le strisce bianche dei campi quando, dopo le partite in notturna, un clic dell'interruttore spegne i fari. Così come, contemporaneamente, si spegnevano i fari sulle più celebri cantanti dell'epoca, Alexandrina, Judith e Kathrina Leschan, il Trio Lescano, loro stesse «colpevoli» di essere ebree. Eppure lo sanno, Moratti e Abete e Beretta e tutti quanti, quale fu il destino di Árpád Weisz. Lo sanno almeno da quando un paio di anni fa, il direttore del Guerin sportivo Matteo Marani raccontò la sua tragedia nel libro «Dallo scudetto ad Auschwitz» (Aliberti). Era così difficile fare, di questi tempi, un piccolo sforzo di memoria?

Stella Gian Antonio



Già, la memoria si onora solo quando se ne possono ricavare credenziali politiche, o altri utili dividendi. Qualche altra notizia su Árpád Weisz qui, dove ho anche rubato la foto.

barbara

Pubblicato il 28/1/2010 alle 23.7 nella rubrica Diario.

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