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LETTERA AL MAESTRO




L’ho ritrovata in fondo a un cassetto, sopravvissuta a traslochi e pulizie. Bella, vero? Dignitosa, pacata, quasi nobile. Discretamente corretta e in bello stile, se si considera che l’autore è un contadino di madrelingua tedesca con la quinta elementare. Manca qualche dettaglio, sicuramente per non rischiare di rendere ancora più lunga questa già quasi troppo lunga lettera, e allora lo voglio aggiungere io, che di problemi di lunghezza non ne ho.
Per esempio si potrebbe raccontare di quando la cara moglie, il giorno prima di morire di cancro, è stata costretta ad alzarsi dal letto per stirargli le camicie (“perché ormai stai proprio per morire, e se aspetti non fai più in tempo”). O di quando, qualche giorno prima, le aveva portato a casa la bara e gliel’aveva messa in camera (“Così è pronta. Tanto fra poco muori”). O di quando uno dei figli, a quattro anni, si è rotto una gamba e allora lo ha infilato in una gerla che si è caricato sulla schiena, per portarlo all’ospedale. Arrivato a fondovalle ha pensato bene di fermarsi all’osteria per rifocillarsi con un sorso di grappa. E dato che un’osteria non è davvero il posto più adatto per un bambino di quattro anni, ha lasciato la gerla col bambino fuori della porta. E poi sai com’è, un grappino e due chiacchiere e un bicchiere di vino e una partita a carte, e insomma del bambino si è completamente dimenticato. Se ne è ricordato solo quando lo ha ritrovato all’uscita, verso mezzanotte, ormai quasi completamente assiderato. Oppure si potrebbe raccontare di A., la figlia maggiore, che da quando la mamma si è ammalata ha dovuto fare da mamma ai dieci fratelli più piccoli, e badare alla casa. E quando la mamma è morta – aveva dodici anni – l’ha dovuta sostituire anche nel letto paterno. Forse otto anni più tardi, al momento della stesura di questa lettera, faceva parte anche lei dei “tanti figli sfuggiti” ai tentacoli della piovra, e per questo il letto era freddo.
Il cognome e il paese li ho cancellati per rispetto ai figli. E soprattutto alla dolcissima A., che con una madre malata a cui fare da infermiera e dieci bambini a cui fare da mamma non è mai venuta a scuola una sola volta senza avere studiato, né senza compiti, né senza sorriso. Scomparsi, diligenza e sorriso e attenzione e interesse e tutto, quando il compito di infermiera è cessato e ne è subentrato un altro. Non ho più saputo niente di lei. Spero tanto che sulla sua strada abbia incontrato qualcuno capace di farle dimenticare il padre infame e a farle tornare il sorriso.

barbara

Pubblicato il 8/12/2009 alle 23.32 nella rubrica Diario.

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