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LE COSE CHE NON SOPPORTO

È morta ieri nella clinica universitaria di Innsbruck, dopo dieci giorni di agonia, Martina Zanellini, di Bolzano, 11 anni, per influenza A. E immediatamente si è scatenato il solito sciacallaggio giornalistico, le interviste a parenti, amici, insegnanti con l’originalissima, genialissima domanda: “Com’era?” E lo zio che dice: “Era davvero speciale”, e la professoressa che afferma: “Era una bambina come tutti i bambini dovrebbero essere!” (cioè: ci auguriamo di avere un paio di miliardi di clonini fatti tutti con lo stesso stampino?) e “Era una bambina solare”. Ora, dico, sarà sicuramente così, ma se non lo fosse, cosa diavolo avrebbe dovuto rispondere? Che era una spaccamarroni unica? Che era maleducata e strafottente, che un giorno sì e l’altro pure toccava buttarla fuori che se no non si faceva lezione, che era una fancazzista e, a volerla dire tutta, non era neanche tanto intelligente? Perché questi coglioni di giornalisti teoricamente pagati per informare se ne vanno in giro a fare domande del cazzo alle quali, comunque stiano le cose, conosciamo in anticipo le risposte che verranno date? Cos’è questa macabra frenesia di andare in giro a chiedere com’erano i morti da vivi? E che cosa cambiano, le risposte? Sapere che i genitori soffrono tanto perché era una brava scolara, perché era un ragazzo servizievole, perché era una moglie tutta casa e bottega? E se era una scolara negligente, un ragazzo un po’ egoista, una moglie che non azzeccava mai il sale allora va bene lo stesso anche se sono morti? È pretesa troppo esosa chiedere che i morti, soprattutto quando, come la povera Martina, hanno tanto sofferto, vengano lasciati in pace almeno da morti?



barbara

Pubblicato il 3/11/2009 alle 22.2 nella rubrica Diario.

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