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GENERAZIONE SDEROT

Il sud d’Israele viene bombardato ogni giorno dai qassam. Ma all’Onu c’è un rapporto che equipara vittime e terroristi

L’incubo di Sderot iniziò sugli schermi della rete televisiva americana Cbs. Il 24 gennaio 2002 la celebre rubrica “60 Minutes” trasmise l’intervista a un leader di Hamas, Moussa Abu Marzook, che minacciava di usare missili Qassam per colpire le città israeliane. Il nome, Qassam, deriva da un imam fondamentalista che negli anni Venti incitò ai pogrom contro gli ebrei. Nel giugno 2004 un razzo colpì una scuola materna e uccise un uomo e un bambino. Le prime di una lunga serie di vittime israeliane a Sderot. Dodicimila razzi palestinesi sono caduti sulle città di Sderot e Ashkelon. Ogni giorno, per nove anni. Dalla fine dell’operazione israeliana a Gaza sono caduti quasi trecento missili. Uno al giorno. A Sderot in auto si deve tenere sempre il finestrino abbassato, la cintura slacciata e la radio spenta. Altrimenti non si sente la sirena. “C’è un solo esempio nella storia in cui migliaia di razzi vennero sparati su una popolazione civile”, ha detto il premier israeliano Netanyahu alle Nazioni Unite.

“Fu quando i nazisti lanciarono razzi sulle città inglesi durante la Seconda Guerra mondiale. In quella guerra gli Alleati rasero al suolo le città tedesche, facendo centinaia di migliaia di morti. Israele decise di comportarsi diversamente”.
Oggi un nuovo rapporto delle Nazioni Unite redatto dal giudice Richard Goldstone accusa Israele e Hamas di “crimini di guerra”. L’azione dell’esercito israeliano a Gaza fu lanciata proprio per fermare i razzi su Sderot. Il rapporto arriverà all’Assemblea Generale il 4 novembre. “Il rapporto Goldstone ha il mio sostegno”, ha detto ieri il segretario generale dell’Onu Ban ki-Moon. Per la prima volta una grande democrazia potrebbe essere accusata formalmente di “crimini di guerra”, alla stregua dei Genocidaires Hutu in Ruanda e delle milizie serbo-bosniache di Karadzic.
Già a due settimane dalla fine delle operazioni israeliane a Gaza, Hamas aveva ripreso a sparare su Sderot. In città si hanno venti secondi per mettersi al riparo non appena suona l’allarme: “Tzeva Adom”, colore rosso. Sderot è una città malata. Inchieste mediche indipendenti rilevano che un abitante su due soffre di danni psichici. Tra il 74 e il 95 per cento dei bambini ha disabilità psichica. Sderot è decisiva per capire il rapporto Goldstone. Abbiamo intervistato gli israeliani che sono andati a Ginevra per testimoniare di fronte alla commissione dell’Onu. Abbiamo parlato con i medici che curano i feriti nel “triangolo della paura” Ashkelon-Sderot-Netivot.

Ogni giorno a decine bussano alla porta del Trauma Center di Sderot, dove si offre sostegno psicologico a chi soffre del trauma dei bombardamenti. La direttrice è la dottoressa Adriana Katz, impegnata a lenire le sofferenze psichiche di Sderot. “Questo è un paese di morti viventi”, ci dice Adriana mentre si fa la conta degli ultimi attacchi missilistici di Hamas. La gente a Sderot non è afflitta dalla sindrome “Ptsd”: disordine da stress post traumatico. I sintomi sono gli stessi (insonnia, ansia, apatia, dolori psicosomatici), solo che a Sderot il post non arriva mai. Per questo si parla di “generazione Sderot”. Una cittadina nata nei primi anni Sessanta come centro di transito per i nuovi immigrati provenienti da Marocco, Kurdistan e Iran.
Gli abitanti di Sderot hanno presentato al segretario generale dell’Onu una lettera di denuncia dei crimini di Hamas. La lettera è stata firmata da 90mila persone di cinquanta diversi paesi, su iniziativa dell’organizzazione Take A Pen. “Il 79 per cento della popolazione di Sderot è psicologicamente invalida”, ci dice Batya Katar, leader dell’Associazione dei genitori di Sderot e promotrice della lettera all’Onu. “Ogni giorno, per nove anni, abbiamo ricevuto attacchi da Hamas. Il giudice Goldstone avrebbe dovuto vivere qui per una settimana con i suoi figli. Ogni minuto e ogni secondo, giusto per una settimana. Un qassam è caduto vicinissimo alla mia abitazione. Mio figlio dorme con me da cinque anni per la paura di attacchi missilistici. Abbiamo venti secondi per metterci al riparo. Possiamo morire in ogni istante, è con questo pensiero che vive la gente di Sderot. Qui bambini e genitori dormono assieme, quando si va al bagno ci si sveglia tutti perché i bambini hanno paura di andare da soli”.

“Sderot è l’unica città al mondo dove il terrorismo colpisce la popolazione civile nel XXI secolo giorno dopo giorno, senza tregua”, ci dice Noam Bedein, direttore dello Sderot Media Center e fra i testimoni della commissione Goldstone. “E’ inaccettabile per qualsiasi paese. Il novanta per cento dei qassam è stato lanciato da zone palestinesi civili, perché Hamas sapeva che Israele avrebbe avuto le mani legate. Quale altro paese avrebbe accettato una simile condizione? Ci sono stati venti attacchi con i qassam in due mesi, da settembre a ottobre. Duecentosessanta missili sono stati lanciati da Gaza sul Negev da quando è finita l’operazione dello scorso gennaio da parte d’Israele. Dopo il rapporto Goldstone, ci aspettiamo un’escalation terroristica. Secondo quel rapporto, Israele non ha il diritto di difendere i propri cittadini. Un milione di israeliani saranno a breve sotto la minaccia del lancio dei missili palestinesi. L’equipaggiamento arriva tutto dall’Iran”.

Noam è andato a Ginevra per parlare alla commissione dell’Onu. “Fu penoso venire a sapere che fra i giudici sedeva l’inglese Christine Chinkin, la stessa che in un articolo pubblicato sul Sunday Times aveva già sostenuto la tesi secondo cui ‘il bombardamento israeliano di Gaza non è autodifesa, è un crimine di guerra’. In mezz’ora ho dovuto esporre otto anni di missili e attacchi terroristici. Durante la mia presentazione, Goldstone si addormentava spesso o si distraeva. Non bastano le dita delle mani per contare quante volte i razzi sono esplosi a pochi metri da un asilo d’infanzia. Quale altra democrazia tollererebbe anche un solo razzo sparato contro i civili del suo territorio? Dobbiamo aspettare che venga colpito un asilo affinché Israele ottenga l’appoggio internazionale per fare quello che è necessario per proteggere la propria gente?”.

“Quello che odio di più è l’impossibilità di trasmettere l’invalidità dell’anima e della mente, perché questo lo si conosce ma non si può fotografare, né trasmettere in televisione”, ci dice la dottoressa Adriana Katz, 59 anni, direttrice della clinica per la salute mentale di Sderot e il Trauma Center per il trattamento immediato delle vittime da shock. Di origini romene, Adriana è giunta in Israele con il marito dopo aver trascorso sedici anni in Italia.
Nel caso di attacco, Adriana si mette in moto, anche di notte. E’ sempre reperibile. “E’ il mio guaio non poter trasmettere quel che accade qui”, dice Katz fra una sigaretta e l’altra. Si dice che Sderot sia il posto peggiore al mondo per chi vuole smettere di fumare. “Durante la guerra a Gaza, il ministero degli Affari esteri d’Israele ha voluto mandarmi al Parlamento europeo per parlare di Sderot. Ho rifiutato, perché non avevo possibilità di trasmettere la gravità e la tragedia della popolazione di Sderot. Chi non lo vive non lo può capire. Io abito ad Ashkelon, da nove anni sto curando seimila persone, vittime del lancio dei missili. Sono direttrice di clinica psichiatrica e del centro di emergenza. Non siamo riusciti a guarire tutte queste anime martoriate, che continuano in gran parte a non funzionare come prima. Famiglie distrutte, bambini con tutti gli effetti del post trauma, perché quasi ogni giorno c’è ancora l’allarme dei missili. Questi missili sembrano giocattoli, rispetto ai Katyusha. Ma quando abbiamo capito che questo ‘giocattolo’ uccide, quando un giorno è stato ucciso un bambino, poi un nonno, poi una donna è rimasta senza gambe, allora abbiamo incominciato a capire. Non hanno smesso un solo giorno di sparare Qassam, nonostante il cessate il fuoco. Voi europei dovreste vivere qui una settimana. Abbiamo avuto morti, invalidi, case distrutte, è una roulette russa, non si sa mai a chi tocca. La vita normale è finita. La vita è stata spezzata. Esci di casa e non sai mai se arrivi, in qualsiasi momento suona l’allarme, devi stenderti per strada, è umiliante. E’ un trauma tremendo, la gente guarda la televisione o sta mangiando quando di colpo arriva il ‘colore rosso’. Da psichiatra so che la paura non ha gusto né colore né odore, ma qui a Sderot la paura è di ‘colore rosso’”.

Adriana Katz è fiera di appartenere al campo del compromesso con i palestinesi. “Sono contro le guerre, vengo dall’Europa, ma quando vivi qui capisci le cose in maniera diversa. Ci sono bambini invalidi a Sderot, senza gambe, anche adulti, ma più di tutto è una intera popolazione esposta alla paura, sradicata dalla propria vita normale, tanta gente che ha smesso di andare a lavorare, che non esce di casa, bambini che fanno pipì a letto ad età avanzate. Niente somiglia più a quello che era. Attacchi di panico per un rumore più forte diventa fonte di terrore. E’ una società invalida. Mi domando se è meno grave delle bombe su Gaza. Il trauma non diminuisce, non è passeggero, è una malattia cronica, secondo me è una specie di silenzio, un falso silenzio, tutti qui si aspettano di nuovo al lancio di missili, tutto è cambiato. Non programmiamo nulla, è una vita scialba, senza entusiasmi. Anche se si fanno figli, li si fa con paura. Non è più una popolazione sana. Ci fa tornare in mente quello che i sopravvissuti all’Olocausto hanno vissuto. I bambini appartengono già a una ‘generazione del qassam’, i bambini di Sderot sono come gli anziani sopravvissuti alla Shoah, non giocano fuori, hanno paura, i parchi giochi sono rifugi, è una sensazione orribile. I bambini sono nati e vissuti con il terrore, hanno paura di uscire alla luce del sole, hanno paura di dormire soli in casa, alcuni sono in totale regressione, non riescono a separarsi dai genitori. C’è nell’aria la sensazione che tutto stia per scoppiare, ogni giorno arriva un missile su Sderot. Non ho alcuna speranza. La grande tristezza è che il mondo non capisce quel che sta accadendo qui”.

La dottoressa Katz ha scritto una lettera al giudice Goldstone contestando i risultati delle indagini. “Amo il mio lavoro, ho studiato medicina per diventare psichiatra, però negli ultimi anni è diventato sempre più difficile. Che cosa sa il giudice Goldstone delle migliaia di israeliani vittime da trauma e le cui vite sono diventate un inferno in terra? Chi aiuterà i quattromila bambini a tornare alla vita quotidiana? Anni e anni di riabilitazione attendono la popolazione che vive qui. Non è più un lavoro da psichiatra, quanta forza d’animo bisogna avere per poter continare a curare le persone senza pensare a casa tua, non sapere se è ancora in piedi?”.

Dalia Yosef ha diretto lo Sderot Resilience Center, specializzato nella cura dei bambini. “I bambini di ogni età, da uno a diciotto anni, a Sderot presentano traumi gravissimi”, ci spiega la dottoressa. “E’ una invalidità invisibile. In ogni comportamento mostrano regressioni. Gran parte di loro ha incubi, non mangia bene, non va fuori da sola, non vuole che le madri vadano al lavoro, non gioca, a scuola ha numerosi problemi. Moltissimi di questi bambini sono nati sotto i qassam. Non hanno conosciuto altra condizione. Non è come perdere un familiare in un incidente stradale, a Sderot c’è un trauma collettivo. Due settimane dopo la fine delle operazioni a Gaza, hanno iniziato a sparare di nuovo. A Sderot i bambini reagiscono a ogni rumore forte come a un allarme qassam. Il settanta per cento di bambini nel Negev mostra sintomi da trauma e queste statistiche sono frutto di ricerche indipendenti. Migliaia di bambini hanno anche disabilità fisiche a seguito delle bombe palestinesi. Ho visto a lungo gli effetti del terrorismo sui bambini di Sderot e il rapporto Goldstone elimina il diritto dei nostri bambini di crescere in un ambiente non traumatizzato. Ci sono bambini che vogliono restare dentro ai bunker o nelle stanze-sicure nelle proprie case. Ci sono bambini che non sono più scesi dal proprio letto. Non sappiamo cosa sarà di questa generazione nata e cresciuta sotto i qassam”.

Mirela Siderer è il simbolo di quanto è successo alle città israeliane sotto bombardamento di Hamas. “Ho sentito come una palla di fuoco turbinare dentro di me, tutti i miei denti sono volati via. Ancora oggi ho un pezzo di scheggia di quattro centimetri impiantata sul lato sinistro della schiena, troppo vicina al midollo spinale per potere essere rimossa”. Siderer è stata ferita da un razzo palestinese che ha centrato il suo ambulatorio ad Ashkelon, dove le fermate dei bus sono scudi di cemento e i parchi giochi hanno la campana d’emergenza. E’ volata a Ginevra per parlare davanti alla commissione dell’Onu. Con lei c’era Noam Shalit, il padre del soldato rapito tre anni fa da Hamas a Gaza. “Tutta la mia pacifica vita è stata stravolta in un secondo, quando, senza alcun preavviso, un razzo si è abbattuto sul mio ambulatorio”, dice Siderer. “In una frazione di secondo il posto è stato completamente distrutto. Mi sono ritrovata sotto le macerie, ma ho continuato a parlare alla mia paziente, anch’ella gravemente ferita: il suo addome era squarciato, con i visceri all’esterno. Qual era la mia colpa? Che sono un’ebrea che vive ad Ashkelon? Ho studiato medicina per aiutare la gente in tutto il mondo, e ho aiutato anche tante donne di Gaza. Sono un semplice civile che non ha mai avuto a che fare con alcun atto di guerra. E mi rincresce per tutte le vittime, anche per le vittime innocenti dell’altra parte. Basta sangue e sofferenze, è ora di finirla”.
“Per capire meglio la guerra d’Israele contro il terrorismo,vorrei prima spiegare la nozione di terrorismo”, dice sempre al Foglio Mirela Siderer. “Il terrorismo è il regime di violenza da parte di un gruppo organizzato di appartenenza varia, che ha vari scopi, politici, religiosi, e che rivolge la violenza alla popolazione civile che non ha alcuna possibilità di difendersi. C’è una grande differenza tra le guerre che si svolgono fra due paesi e gli attacchi terroristici. Sono stata ferita durante un attacco simile, mentre svolgevo il mio lavoro di medico. Nel 2005 Israele si è ritirato dalla striscia di Gaza, quindi non si parla di territori occupati, ma questo conflitto è diventato oltre che geopolitico anche religioso. Con grande dispiacere mi rendo conto che si tratta di fondamentalisti islamici che non fanno altro che istigare contro lo stato d’Israele e il popolo ebraico”.

Infine una parola sul rapporto delle Nazioni Unite. “Come medico e cittadino non posso accettare questo terrorismo e tanto meno la unilateralità del rapporto Goldstone. Ho testimoniato di fronte alla commissione Goldstone, ma le mie parole non sono state prese in considerazione. Nel sud d’Israele siamo nel terrore da nove anni. Immaginate di vivere in una qualsiasi città italiana bombardata ogni giorno. Voi potreste andare avanti così?”. Eppure Sderot non è una “città fantasma”, come viene spesso descritta. Il numero di abitanti non è mai sceso. C’è chi dorme ancora con i vestiti addosso, si vive con le finestre socchiuse e si parla sottovoce, nel timore che il segnale di emergenza sfugga all’attenzione. Ma gli israeliani non sono mai fuggiti. (Giulio Meotti)



E contemporaneamente a questo splendido articolo compare, sul Corriere, un immondo servizio di Francesco Battistini – quello che in risposta a un lettore che lo rimproverava per avere parlato del “massacro di Gaza”, ha spiegato che lui fa da una vita il corrispondente di guerra e che quando vede un massacro è in grado di riconoscerlo e “quello che ho visto a Gaza è stato un massacro” – in cui qualifica ugualmente – e sarcasticamente - come “danni collaterali” una bambina palestinese disgraziatamente colpita da un missile israeliano nella guerra di difesa contro il terrorismo e un bambino israeliano colpito da uno delle migliaia di missili palestinesi diretti selettivamente contro la popolazione civile all’unico scopo di fare strage di civili, come da ottant’anni, ininterrottamente, stanno facendo.
Poi, per apprezzare ulteriormente l’ottimo Meotti andate a guardare anche questo, e naturalmente, anche per tirarvi su il morale con un po’ di sane risate, andate anche da lui.


barbara

Pubblicato il 31/10/2009 alle 19.10 nella rubrica Diario.

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