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ROMA 16 OTTOBRE 1943

Quel 16 ottobre era un sabato, giorno di festa e di riposo per gli ebrei osservanti. E in Ghetto i più lo erano. Lavori e affari interrotti, negozi e botte­ghe artigiane chiusi. Inoltre era il terzo giorno della festa delle Capanne. Un sabato speciale, quasi una festa doppia insomma.

La tranquillità nelle vecchie e anguste case dove­va essere tornata assoluta dopo la fine della spara­toria se nessuno o quasi si accorse che verso le 4 del mattino truppe delle SS — secondo alcune testimo­nianze - avevano cominciato a disporsi in vari punti della zona per bloccarne gli accessi. Sull'ora precisa in verità c'è discordanza.
Il primo che si accorse di qualcosa fu in quell'al­ba fredda e piovigginosa il proprietario di un mode­sto bar di piazza Giudìa, non ebreo, che alle 5,30 come ogni mattina era arrivato a piedi al suo locale dal quartiere di Testaccio dove abitava. Proprio mentre metteva sotto pressione la macchina del caffè espresso, vide due file di tedeschi - a suo avviso erano forse un centinaio - che si disponeva­no lungo i marciapiedi. Ma di quel che poteva essere avvenuto alle 4 del mattino, cioè il silenzioso blocco delle vie di accesso, il caffettiere non era stato testimone.

La grande razzia cominciò attorno alle 5,30. Vi presero parte un centinaio circa di quei 365 uomini (di cui 9 ufficiali e 30 sottufficiali) che erano il totale delle forze impiegate per la «Judenoperation».
Oltre duecento SS contemporaneamente si irra­diarono» come vedremo, nelle 26 zone in cui la città era stata divisa da Dannecker per catturare casa per casa gli ebrei che abitavano fuori dal vecchio Ghet­to.

L'antico quartiere ebraico fu l’epicentro di tutta l'operazione, non solo per l'alto numero delle per­sone catturate simultaneamente ma anche per la spettacolarità dell'azione e per la sua alta dramma­ticità.

Le SS entrarono di casa in casa arrestando le intere famiglie in gran parte sorprese ancora nel sonno. Quando le porte non vennero subito aperte le abbatterono col calcio dei fucili o le forzarono con leve di ferro. Tutte le persone prelevate venne­ro raccolte provvisoriamente in uno spiazzo che si trova poco al di là dello storico Portico d'Ottavia attorno ai resti del Teatro di Marcello. La maggior parte degli arrestati erano adulti, spesso anziani e assai più spesso vecchi. Molte le donne, i ragazzi, i fanciulli. Non venne fatta nessuna eccezione né per persone malate o impedite, né per le donne in stato interessante, né per quelle che avevano ancora i bimbi al seno. Per nessuno.
I giovani validi erano invece meno di quanti avrebbero potuto essere. Il Comando tedesco alcu­ni giorni prima aveva affisso in tutta Roma un ordine di mobilitazione per il servizio di lavoro obbligatorio per tutti i romani validi. Una parte di quelli di Portico d'Ottavia si erano nascosti. Alla data del 10 ottobre Piero Modigliani annotava nel suo diario: «Tutti pensano che il rischio sia più per gli uomini validi che per le donne, i vecchi e i bambini...».
I più, colti nel sonno all'arrivo dei tedeschi, cre­dettero che i militari fossero venuti per prendere i giovani che nonostante il bando non si erano ancora presentati. Lo sgomento fu grande quando fu chiaro che non erano solo i giovani ma tutti indistintamente gli ebrei l'obbiettivo di quella operazione.

Molti romani quella mattina, trattenuti a distan­za dalle transenne e dalle SS, furono muti testimoni del rastrellamento. Videro uomini vestiti somma­riamente, spesso protetti da una coperta sulle spalle strappata dal letto prima di scendere in fretta le scale tallonati dai militari; bambini infagottati al freddo pungente di quell'alba piovigginosa d'otto­bre; donne col cappotto frettolosamente e mala­mente infilato sopra la camicia da notte; giovani madri che cercavano di quietare il pianto di un bimbo lattante al seno. E udirono grida, richiami, raccomandazioni e singhiozzi.
I tedeschi tentarono di dare alla brutale opera­zione il carattere di un «trasferimento». Volevano un gregge inconsapevole e cercavano di evitare pos­sibili gesti inconsulti, atteggiamenti ostili, disordi­ni. Cercavano di evitare intoppi e contrattempi che potevano rallentare l'operazione. Volevano soprat­tutto fare presto.

A questo fine avevano consegnato a ciascuno un ordine bilingue:

1) Insieme con la vostra famiglia e con gli altri ebrei appartenenti alla vostra casa sarete trasferiti.
2) Bisogna portare con sé viveri per almeno 8 giorni, tessere annonarie, carta d'identità e bicchieri.
3) Si può portare via una valigetta con effetti e bian­cheria personali, coperte, eccet., danaro e gioielli.
4) Chiudere a chiave l'appartamento e prendere la chiave con sé.
5) Ammalati, anche casi gravissimi, non possono per nessun motivo rimanere indietro. Infermeria si trova nel campo.
6) Venti minuti dopo la presentazione di questo bi­glietto, la famiglia deve essere pronta per la partenza.

Si voleva far credere alle vittime ad una destina­zione non definitiva. «Chiudere a chiave l'apparta­mento e prendere la chiave con sé» faceva supporre un possibile ritorno. «Tessere annonarie e di identi­tà» implicavano una destinazione nella quale questi documenti avrebbero potuto servire. Ma perché allora «... ammalati anche gravissimi non possono restare indietro...»? (Fausto Coen, 16 ottobre 1943, Giuntina)

Qui e qui altre rievocazioni. E non aggiungo altro.



barbara

Pubblicato il 16/10/2009 alle 0.27 nella rubrica Diario.

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