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DONI

Quella che state per leggere non sarà una normale recensione. Perché questo non è – non per me, almeno – un normale libro, bensì un tuffo nel passato: nel mio passato. La mia Somalia. La mia Mogadiscio. Con le mie strade, i miei negozi, i miei ristoranti, i miei mercati, LA MIA GENTE. Riprodotti tali e quali, negli anni in cui io percorrevo quelle strade, acquistavo in quei negozi, cenavo in quei ristoranti, mi aggiravo in quei mercati, incontravo QUELLA GENTE. Quelle donne fiere e bellissime, oppresse e tuttavia mai del tutto sottomesse, mutilate e pur così straripanti di vita. E l’aeroporto da cui ho detto addio per sempre a tutto questo. E quella luce, quella luce incandescente che ti abbaglia, che ti abbacina, e non sai più se ciò che stai vedendo è sogno o realtà, o magia; se sia opera di un umano o di qualche jinn malandrino.
Non ho mai incontrato, per le vie di Mogadiscio, nei passaggi sterrati o sui marciapiedi sconnessi, nei negozi ombrosi o nei mercati arroventati, nelle aule dell’università o sotto i portici di Bar?adda Yaasiin una donna di nome Duniya, ma ho incontrato tante, tante sue sorelle, tutte con lo stesso coraggio, la stessa forza, la stessa determinazione, la stessa capacità di piantare i propri occhi fino in fondo ai tuoi occhi e urlare dentro di te il loro muto ma immenso NO alla voragine di ingiustizia cui una cultura abbietta e una religione infame le hanno condannate. Voi che non le avete incontrate, voi che non le avete conosciute, venite a conoscerle qui. E ci troverete anche diverse interessanti osservazioni su varie questioni di politica estera e in particolare sulla politica degli aiuti al Terzo Mondo.
Unico appunto: la traduzione, fatta visibilmente da persona che non ha la minima conoscenza né della Somalia, né della sua cultura. Ma rispetto ai meriti del libro rimane un difetto tutto sommato sopportabile.

Nuruddin Farah, Doni, Frassinelli



barbara

Pubblicato il 5/8/2009 alle 16.6 nella rubrica Diario.

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