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INSH’ALLAH

di S. Adamo

Una vecchia e bellissima canzone, riemersa dai meandri della memoria e ripescata nelle maglie della rete. Godetevela tutta! (clic)


Ho visto l'oriente nel suo scrigno
con la luna per bandiera
ed intendevo in qualche verso
cantare al mondo il suo splendore

Ma quando ho visto Gerusalemme
piccolo fiore sulla roccia
ho sentito come un requiem
quando a parlargli mi inchinai

E mentre tu bianca chiesetta
sussurri pace sulla terra
si strappa il cielo come un velo
scoprendo un popolo che piange

La strada porta alla fontana
vorresti riempire il tuo secchio
meglio fermarti Maria Maddalena
oggi il tuo corpo non vale l'acqua
Inch'Allah Inch'Allah
se Dio vuole Inch'Allah

L'ulivo piange la sua ombra
sua dolce sposa dolce amica
che riposa sulle rovine
prigioniera in terra nemica

Sul filo spinato con amore
la farfalla ammira la rosa
la gente è così scervellata
che la ripudia se mai posa

Dio del inferno Dio del cielo
tu che governi tutto il mondo
su questa terra d'Israele
ci sono bimbi che tremano
Inch'Allah Inch'Allah
se Dio vuole Inch'Allah

Le donne cadono sotto il tuono
domani il sangue sarà lavato
la strada è fatta di coraggio
una donna per una pietra

Ma sì ho visto Gerusalemme
piccolo fiore sulla roccia
e sento sempre come un requiem
quando a parlagli mi ritrovo

Requiem per sei milioni d'anime
che non hanno mausoleo di marmo
e che malgrado la sabbia infame
han fatto crescere sei milioni d'alberi
Inch'Allah Inch'Allah
se Dio vuole Inch'Allah


Come si può comprendere da alcune immagini (il filo spinato, l’ulivo separato dalla propria ombra che si trova in terra nemica), la canzone è stata scritta al tempo in cui Gerusalemme era divisa in due, a causa dell’occupazione illegale da parte della Giordania (occupazione e illegalità per le quali mai abbiamo sentito proteste o boicottaggi o risoluzioni di condanna). Anche qui, come in ogni luogo su cui musulmani hanno messo le mani, sinagoghe e cimiteri ebraici sono stati immediatamente devastati, le pietre tombali sono state usate per costruire latrine, a nessun ebreo al mondo è più stato consentito, per tutta la durata dell’occupazione, l’accesso ai luoghi santi ebraici fra cui il kotel – il cosiddetto muro del pianto – liberato insieme a tutto il resto della parte est nel giugno del 1967. L’intera Gerusalemme est è stata ridotta, durante l’occupazione, a un borgo di campagna, senza neppure la ricchezza di un ufficio postale. Sì, lo so, queste cose le ho dette un miliardo di volte, ma meglio una in più che una in meno, visto che così difficile è il ricordo e così facile l’oblio, soprattutto quando è sostenuto da robuste dosi di malafede.



barbara

Pubblicato il 1/6/2009 alle 1.34 nella rubrica Diario.

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