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MA NON CHIAMATELA VIOLENZA SESSUALE

Perché le cose hanno un nome, e i nomi hanno un significato. O almeno dovrebbero averlo. E usare le parole a sproposito non porta mai niente di buono: chiamare il cancro “male incurabile”, per esempio, non è il modo migliore per affrontarlo; meno che mai per guarirlo.
Violenza sessuale, dunque. Un’espressione di questo tipo potrebbe far pensare a un incontenibile desiderio sessuale che, nell’indisponibilità della persona oggetto del desiderio stesso a soddisfarlo spontaneamente, viene soddisfatto con modalità violente. Ma il fatto è che in natura non esistono desideri sessuali incontenibili: se esistessero, ne sarebbero in primo luogo titolari gli animali, fra i quali invece non avviene accoppiamento se la femmina non è consenziente. O potrebbe forse ricondurre a uno straripante impulso sessuale da soddisfare qui e ora, in qualunque modo possibile. In realtà neanche di questo si tratta, ché per soddisfare un impulso sessuale esistono sempre mezzi e modi che non implicano alcuna violenza su chicchessia, anche in mancanza di partner disponibile. E dunque non di violenza sessuale si tratta, bensì di violenza nuda e cruda. Violenza senza aggettivi. Violenza che col sesso ha a che fare quanto il lancio di un motorino dagli spalti di uno stadio ha a che fare con lo sport, o l’incendio di una sinagoga con la difesa dei diritti umani, cioè zero. Violenza e basta, dunque. Violenza il cui fine è unicamente quello di soddisfare il desiderio di fare del male. Violenza che per esplicarsi sceglie i soggetti più deboli – non risulta sia mai accaduto che vittima di un tentativo di stupro sia stata una campionessa di body building, o uno scaricatore di porto – donne, dunque, prevalentemente, a volte anche vecchie, ottantenni, novantenni, bambini, persone handicappate. Colpite, perché la violenza raggiunga il massimo effetto, nella parte più delicata, sensibile, vulnerabile del corpo – e non a caso una delle torture più gettonate presso tutti i regimi è l’applicazione di elettrodi agli organi genitali. E chiariamo anche un ultimo equivoco: a provocare l’orgasmo finale non è lo strofinamento di genitali su genitali, ma unicamente la consapevolezza di star provocando una infinita sofferenza. Una sofferenza che non si ferma all’esterno del corpo ma penetra all’interno. E vi lascia il marchio del proprio imbrattamento. E l’umiliazione. E la vergogna. E il ricordo, che più niente al mondo potrà cancellare.
E dunque, per favore, non chiamatela violenza sessuale, perché quello del sesso è un alibi che non siamo più disposte ad offrire ai nostri stupratori. E che non offriremo mai più.

barbara

Pubblicato il 2/2/2009 alle 15.17 nella rubrica Diario.

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