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CONFESSIONI DI UN TERRORISTA ALGERINO

[…] Il caso ha voluto che la mia strada si incrociasse con quella di un mujaheddin in rotta con il Gia. Ho avuto la possibilità di incontrarlo spesso fuori dall’Algeria e di intrattenermi a lungo con lui, senza costrizioni né pressioni da parte della polizia o degli ambienti politici. A condizione che venisse salvaguardato il suo anonimato, ha accettato di raccontare gli avvenimenti ai quali ha preso parte nel corso di diversi anni.
Kakar non è stato un pezzo grosso dell’organizzazione clandestina, ma l’emiro di un gruppo che ha commesso numerosi omicidi a Orano e nella regione circostante.
[…] Le sue parole, a volte ingenue, corrispondono a ciò che ha vissuto. […] Le sue descrizioni dettagliate fanno venire i brividi alla schiena, tanto l’orrore si mescola alla ferocia. […] In questi fanatici che sembrano vivere su un altro pianeta, il cinismo si mescola al soprannaturale, il coraggio alla vigliaccheria. Il fascino della morte, il culto del martirio, ci fanno penetrare in un mondo inconsueto, dove troviamo uno stato mentale e delle riflessioni che vanno oltre il nostro intendere. Senza questo approccio mistico, religioso, crudele, molto vicino alla follia, è difficile comprendere come questi mercenari della guerra santa possano compiere le peggiori atrocità. È comunque questo «pensiero unico» che consente loro di comportarsi come mostri e non come creature del buon Dio.
Kakar e i suoi fratelli d’armi sono talmente imbevuti di questa filosofia, ritenuta giusta, da credere che non stanno commettendo alcun crimine se sgozzano i loro simili nel nome dell’Onnipotente.
[…] Agli inizi dubitavo della veridicità del suo passato e dei suoi racconti. Poteva trattarsi di una manipolazione ad opera di una fazione del regime algerino o, naturalmente, di un gruppo islamista, diventati abilissimi sia gli uni che gli altri nella disinformazione. I dettagli e lo spessore della testimonianza, confermati per quanto mi è stato possibile, mi hanno portato a credere che quest’uomo dicesse la verità.
[…] Sono consapevole del fatto che Kakar non mi ha detto tutto. In primo luogo perché non ricordava bene alcuni dettagli e situazioni di molti anni fa. Ci sono stati anche dei passaggi che sono «venuti fuori» con difficoltà. Soprattutto quelli in cui era lui ad avere in mano la pistola o il coltello. Avulse dal loro contesto, le sue azioni sembrano ancor più crudeli, sproporzionate, inutili, anche quando si cerca di comprendere la psicologia delirante dei combattenti islamisti.

Sparare pugnalare sgozzare torturare, padroni della vita e della morte di chiunque, nell’assoluta certezza che è stato Dio in persona ad affidare loro questo compito, nell’assoluta certezza che ogni loro azione è giusta e santa, e se nel calderone delle loro vittime finisce anche qualche bambino, ebbene, tanto peggio per i bambini, che comunque adesso sono dei martiri e si stanno godendo il paradiso, e dunque tutto è bene quel che finisce bene.
Un libro agghiacciante che tuttavia, dato che “loro” vivono tra di noi, è bene leggere, per sapere con chi abbiamo a che fare.

Patrick Forester, Confessioni di un terrorista algerino, Editori Riuniti


barbara

Pubblicato il 19/1/2009 alle 23.32 nella rubrica Diario.

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