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DUE BEGLI ARTICOLI

che mi sono stati mandati, perché non leggo il Foglio. Ma siccome appartengono alla categoria “condivido anche le virgole”, adesso ve li beccate anche voi.

Tutto il potere al nulla

Per Tiliacos non è il Sessantotto, allora non si occupava col tutor

di Nicoletta Tiliacos (il Foglio 28 ott 2008)

E' vero, non è il Sessantotto.
Il Sessantotto era il tempo in cui si occupavano le scuole senza mamma e papà che portavano i panini e pretendevano di vegliare con te. Mamma e papà, nel Sessantotto, i ragazzi li aspettavano a casa, pronti alle mazzate (nel caso non fossero bastati i celerini). No, non è il Sessantotto. Il Sessantotto era un tempo in cui al professore ancora non si dava del tu. Malpagato pure allora, meritava comunque che ti alzassi quando entrava in aula (ho letto da qualche parte: "Non è che magari qualcuno, dopo aver ripristinato il voto di condotta, pensa che ci si debba di nuovo alzare in piedi quando entrano in classe maestri e professori?". Perché, non si fa più?).
No, non è il Sessantotto.
Il Sessantotto era il tempo in cui capitava che una ragazza in pantaloni rischiasse la sospensione, ma se li metteva lo stesso. E tutti insieme, ragazzi e ragazze, rischiavano il sette-in-condotta-e-tutte-le-materie-a-settembre, se tiravano troppo la corda, e la tiravano. No, non è il Sessantotto. Il Sessantotto era Trasgredire l'Ordine Costituito ma sapere la lezione meglio di chiunque altro. Era Stefano espulso da tutte le scuole d'Italia perché aveva restituito un ceffone al preside e perché in un tema (ineccepibile dal punto di vista ortografico) aveva parlato di divorzio. Nel Sessantotto, infatti, andare fuori tema era il succo di tutto e passare il compito era obbligatorio, ma se ti beccavano e arrivava il due non correvi dai genitori a piagnucolare, e i genitori non correvano al Tar. Mentre ora tutti in coro – studenti, genitori e professori – sembra si siano dati da svolgere lo stesso tema: "Tutto il potere al nulla".
Non mi ispirano questi ragazzini normalmente casinisti
(le occupazioni sono come la varicella, vanno fatte perché ci si immunizza, a parte Bernocchi). Non mi ispirano perché – da sessantottina ammuffita – diffido della mobilitazione autorizzata dai genitori solidali e dal prof. che porta gli striscioni. C'è un trucco, da qualche parte, un vecchio imbroglio. Vecchio come l'Unità che usa un vecchissimo (in senso pubblicitario) sedere per accreditarsi come nuova. Nuova? Toscani quel sedere prova a piazzarlo almeno da una trentina d'anni, ovvero da quando gli riuscì il colpaccio dei Jesus. Ma, nonostante allora il sospetto di blasfemia fosse ben provocato, quelli erano comunque jeans, e il sedere (letteralmente) c'entrava. Quella della nuova Unità non è una ragazza in minigonna: è un sedere in minigonna (la parte per il tutto: dove sei, Lidia Ravera?). Continuo a pensare che un giornale d'informazione non dovrebbe farsi pubblicità con un sedere. Veterofemminismo? Forse, e pure tanta noia. Come quella provocata dagli occupanti con il tutor. (nella foto, qualche decina di manifestanti a un'assemblea nella facoltà occupata di Scienze politiche all'Università Statale di Milano, ieri)
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Cari fuoricorso, andate in miniera

Per Annalena un occupatore di Università non può essere stempiato

Il più giovane leader dei contestatori universitari
ha ventisette anni ed è quindi al terzo fuoricorso (a Lettere alla Sapienza). Gli altri hanno circa trent'anni e manifestano "contro i tagli finanziari previsti da un governo che vuole colpire la libera università, la scuola pubblica e la ricerca" (Francesco Raparelli, portavoce di "Rete per l'autoinformazione", iscritto alla libera facoltà di Filosofia, 30 anni, da un'intervista alla Stampa). Ma anche Francesco Pasquali, capo del movimento nazionale dei giovani di Forza Italia, non scherza: ha trent'anni ed è ultrafuoricorso in un'università privata. Quelli che manifestano, sfilano, occupano, protestano, bloccano, hanno un nobile scopo: non farsi rubare il futuro da una riforma scellerata, e gli slogan infatti sono pieni di "futuro".
Però, signori
(ché a trent'anni non si è più ragazzi, e infatti noi femmine cominciamo a calarci gli anni intorno ai ventotto), quale futuro? Quello che avete dietro le spalle, quello di una laurea presa da vecchi? A trent'anni non si può stare ancora all'università (e per giunta occupare, come se ci fosse ancora un sacco di tempo per dare gli esami, come se non costasse niente stare lì a bersi una birra e a discutere della mediocrità degli altri). A trent'anni si è più che grandi, e lo studente arrabbiato plurifuoricorso è ridicolo, tristissimo, non ci può essere alcuna energia in quello che dice, fa persino rabbia. "Ma io faccio il pony express per mantenermi" è una scusa penosa: tutti abbiamo fatto le cameriere, le hostess alle fiere, i baristi, i cazzeggiatori euforici, poi prima di un esame clausura totale e via, un voto in più sul libretto, un passo verso la libertà, e parecchio altro spazio per il cazzeggio o l'impegno civile. Trent'anni sono troppi (e anche ventisette).
Datevi una mossa, per pietà.
Un occupatore di università non può essere stempiato, con la pancia, non può stare lì da dieci anni a lamentarsi, rimandare l'appello alla prossima volta perché non ha avuto tempo e il professore ce l'ha con lui perché è uno scomodo leader. Un occupatore di università deve avere vent'anni e i capelli al vento (meglio se si mantiene senza lagne e senza i pianti dei genitori che temono prenda freddo: non serve l'appartamento in centro, basta una stanzetta da dividere ed è anche molto divertente). Il trentenne ancora all'università, con un minimo di senso estetico e di orgoglio, eviterà di occupare e di lamentarsi, soprattutto non si definirà mai più studente (né tantomeno laureando che non ci crede nessuno) ma, almeno, minatore.

di Annalena Benini Il Foglio

Ecco. E adesso che li avete letti, meditateci su.

barbara

Pubblicato il 31/10/2008 alle 19.2 nella rubrica Diario.

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