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L’OMBRA DEL VENTO

C’è una sola espressione per definire uno così: scrittore di razza. Uno che ti tiene incollato alla poltrona dalla sera alla mattina e poi dalla mattina alla sera fino a quando non arrivi all’ultima pagina di questa storia in cui la vita sconfina con la morte e la morte ritorna alla vita e la vita sopravvive alla morte, in cui una banale ricerca di notizie su uno scrittore poco noto finisce per diventare una lotta implacabile per la sopravvivenza, per sé e per molti altri, e quando, dopo avere rischiato la vita tua e altrui, riesci finalmente ad avere in mano tutte le carte e credi di avere capito tutto, ecco che una folata di vento te le scombina tutte e ti accorgi che non avevi capito niente. E tutto intorno, una Barcellona devastata dalla guerra civile capace di tirare fuori il meglio e il peggio di ognuno – ma soprattutto il peggio, come il gusto di torturare con la fiamma ossidrica, per esempio, e se vuoi trovare qualche residua briciola di umana pietà non ti resta che andarla a cercare tra puttane finocchi e accattoni. E qualche libraio. E tu procedi, di pagina in pagina, tra infamia e coraggio, verità e menzogna, amore e odio, ricchezza e miseria, e un inconfondibile odore di carta bruciata.
Da leggere rigorosamente in un fine settimana privo di impegni, con sufficienti scorte di viveri e bevande accanto e, se possibile, un capiente pitale vicino alla poltrona.
Ah, dimenticavo: “L’ombra del vento” non è la storia narrata qui, bensì il titolo del libro di cui si narra la storia – perché anche lui ha una storia, e neanche ve lo potete immaginare, che razza di storia sia.

Carlos Ruiz Zafón, L’ombra del vento, Mondadori



barbara

Pubblicato il 20/10/2008 alle 16.31 nella rubrica Diario.

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