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CON L’ETIOPIA ABBIAMO PAZIENTATO QUARANT’ANNI, ORA BASTA

Adesso vi racconto una storia, volete sentirla? No? Vabbè, peggio per voi, tanto ve la beccate lo stesso. C’era dunque una volta un coglione, che adesso la sua nipotina attricetta fallita prestata alla politica se ne va in giro a dire ah come aveva ragione mio nonno a diffidare della grandeur francese e invece no, non è vero niente, suo nonno non diffidava affatto della grandeur francese, lui ne era invidioso fradicio, questa è la verità, e nel tentativo di emularla, la grandeur francese, ha distrutto una nazione, ma non è questa la storia che voglio raccontarvi, o meglio sì, la storia è questa, ma io ve la voglio raccontare da un altro punto di vista, e dunque sedetevi e aspettate, che adesso arriva.
C’era dunque una volta, oltre al suddetto coglione, un ente preposto alle pensioni. Era stato dotato di un cospicuo capitale, ed era stato messo in mano ad un gruppetto di amministratori – miracolo più unico che raro – abilissimi e onesti. Questi signori avevano accortamente investito i capitali, cosicché le pensioni potevano essere pagate con i frutti resi dagli investimenti, senza intaccare la base del capitale stesso, e i contributi versati dai lavoratori, non essendo necessari al pagamento delle pensioni, andavano a loro volta ad aggiungersi al capitale, che in tal modo continuava ad aumentare. Ebbene, che cosa ti va a capitare un bel giorno? Va a capitare che il coglione di cui sopra decide che con l’Etiopia abbiamo pazientato quarant’anni ora basta. Per via del fatto che quarant’anni prima l’Italia aveva tentato di colonizzare l’Etiopia – e a questo proposito c’è da precisare una cosa che nelle nostre storielle di colonialismo all’acqua di rose che troviamo nei libri di scuola e non solo è un po’ difficile da trovare, e la cosa è che l’idea di partenza era, semplicemente, di mandare gli italiani ad abitare lì, solo che a quelli che avevano deciso di colonizzare quell’area nessuno aveva detto che lì ci vivevano già gli etiopi. Quando hanno scoperto che quella terra non era vuota, hanno leggermente cambiato il programma, e il nuovo programma è diventato: prima fase, sterminio totale degli abitanti dell’Etiopia, seconda fase, loro sostituzione con gli italiani. Peccato, per loro, che si fossero dimenticati di domandare agli etiopi se erano d’accordo, e gli etiopi non lo erano e ad Adua, nel ’96, con le truppe del negus Menelik II, li hanno pestati di santa ragione.



Ecco. Passati quarant’anni – trentanove e mezzo per la precisione – il coglione semprelui decide che è arrivato il momento di riscattare l’onore della patria, e dà il via alla guerra d’Etiopia. Era il 2 ottobre 1935, e questo è il motivo per cui questa storia ve la state beccando proprio oggi e non ieri o dopodomani. Parte dunque la guerra che, essendo combattuta dalla civiltà contro i selvaggi, doveva essere una semplice passeggiata, ma in realtà le cose sono andate in modo un tantino diverso. Nonostante l’uso massiccio del gas che veniva irrorato su campi fiumi laghi pozzi sorgenti prati pascoli, senza risparmio e senza pietà; nonostante – contrariamente al detto “ a nemico che fugge ponti d’oro” – l’uso di inseguire i nemici in rotta per sterminarli fino all’ultimo uomo; nonostante la sistematica violazione degli impegni presi e della parola data, per poter uccidere più persone possibile; nonostante il sistematico bombardamento delle ambulanze per impedire il soccorso dei feriti in modo che anche questi morissero; nonostante la strage di Addis Abeba – quattromila morti secondo le stime più prudenti e fino a trentamila secondo alcune fonti, in pochi giorni, le persone chiuse nelle capanne cui veniva poi dato fuoco, esattamente come i nazisti con gli ebrei nell’Europa dell’est, la caccia all’uomo strada per strada, sotto l’attenta regia di Graziani, che un anno dopo avrebbe firmato il Manifesto per la razza -; nonostante con questi sistemi sia stato sterminato un quarto della popolazione etiope; nonostante tutto questo la vittoria non è stata affatto rapida e non è mai stata completa: le postazioni italiane erano ridotte a fortezze isolate, e tutto intorno fioriva la guerriglia. E dunque, per sostenere le spese di questa guerra infinita, costata quaranta miliardi di lire del tempo in cui si cantava se potessi avere mille lire al mese – e mille lire al mese per la stragrande maggioranza degli italiani erano pura utopia (mio padre nel ’37 ne guadagnava 300) - Mussolini ha dato fondo alle casse del ministero della guerra. E quando lì non c’è più stata una lira ha dato fondo alle casse del ministero degli esteri. E quando i soldi sono finiti anche lì, ha dato fondo a tutte le casse su cui è riuscito a mettere le mani. Comprese quelle dell’ente pensioni. Da allora l’ente pensioni non ha più avuto un capitale di riserva. Da allora le pensioni devono essere pagate con i contributi versati dai lavoratori. E dato che l’inflazione avanza, i prezzi aumentano, la vita si allunga, i lavoratori diminuiscono perché la gente ad un certo momento ha cominciato a fare meno figli, succede, inevitabilmente, che i contributi dei lavoratori non bastano a pagare le pensioni, e di conseguenza siamo nella merda fino al collo. Per via del fatto che un coglione un bel giorno si è svegliato con la luna di traverso e ha deciso che con l’Etiopia abbiamo pazientato quarant’anni ora basta.



(Se qualcuno, spinto da inestinguibile amor di patria o da indefettibile fede fascista o da congenita sfiducia nella mia persona, dovesse nutrire qualche dubbio sulla mia ricostruzione dei fatti o su qualcuno dei dettagli esposti, lo invito caldamente a leggere i libri di Angelo Del Boca sulle nostre guerre coloniali: lì non è semplicemente raccontato, bensì rigorosamente documentato. Io li ho letti 17 anni fa – e non avrei dovuto leggere perché ero a letto con una commozione cerebrale di quelle proprio toste che quasi non ero in grado di connettere e per andare in bagno dovevo appoggiarmi ai muri se no cadevo, ma l’ho fatto ugualmente, e non me ne pento. Sono parecchie migliaia di pagine, ma vale davvero la pena di affrontarle).



barbara

Pubblicato il 2/10/2008 alle 1.36 nella rubrica Diario.

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