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E LA LEGGENDA CONTINUA

Il nome non me lo ricordo, e spero mi perdonerete, ma tutto il resto sì. Era un poeta, di discreta notorietà. Un giorno, non so se per fede sincera o se per crearsi benemerenze, scrisse un’entusiastica poesia in onore di Stalin cantando, ad un certo punto, “il tuo possente petto di osseta”. Ventiquattr’ore dopo era già sul treno diretto in Siberia. Perché quello delle origini di Stalin è – e rimane – uno dei segreti meglio custoditi di tutta la sua vita, più ancora della trapunta rosa che si era portato in Siberia perché il bimbo era delicato e freddoloso – e chissà se anche alle centinaia di migliaia – o milioni? – di persone fatte poi deportare da lui saranno stati concessi analoghi privilegi, ma questa è un’altra storia. Delle sue origini ossete si era sempre vergognato, il compagno Josif Vissarionovic, perché gli osseti sono considerati dai georgiani come dei montanari rozzi, ignoranti, buzzurri, più o meno quello che i romani definiscono come burini, e le ha accuratamente nascoste, a cominciare dal cognome, trasformando quello originario nel più georgianamente corretto Džugašvili. E impedendo poi, materialmente, a chiunque di parlare.
Nell’ultimo numero dell’Espresso, nell’articolo dedicato alla guerra – ancora per poco, si spera – in corso si parla di Gori, in Georgia, come della città natale di Stalin: la leggenda continua, dunque, oltre la morte di chi l’ha creata. Ma non è meschino vergognarsi delle proprie origini?
(Sulla situazione attuale invece no, non troverete qui commenti, perché ne so troppo poco per essere in grado di distinguere tra fatti reali e propaganda)



barbara

Pubblicato il 18/8/2008 alle 0.22 nella rubrica Diario.

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