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AFGHANISTAN, DOVE DIO VIENE SOLO PER PIANGERE

E se Dio è donna, dovrà piangere ancora di più in Afghanistan, dove è normale pensare che A dire il vero Dio è sempre stato buono con la madre di Shirin-Gol. Come primo figlio, nel ventre le ha deposto un maschio, così che suo marito potesse sentirsi un vero uomo e non fosse costretto a romperle i denti, dove è normale che una bambina venga cresciuta così:
- Tieni le gambe strette, le ragazze non siedono con le gambe aperte, altrimenti viene il lupo e si mangia tutto
- Stai zitta, le ragazze per bene tacciono, altrimenti entra l’uccellino in bocca e ti soffoca
- Di’ alla bambina che deve abbassare lo sguardo, altrimenti prende una brutta abitudine e da grande guarderà negli occhi uomini che non conosce
- Tieni il fazzoletto sulla fronte, indossa i veli, ritira i piedi, abbassa lo sguardo, non parlare quando i tuoi fratelli parlano, fai posto, cedi il passo …

E questo era prima: prima dei russi, prima dei mujaheddin, prima dei talebani. Dopo è diventato peggio. Molto peggio. Un peggio attraverso cui ci accompagna per mano Shirin-Gol. Un peggio fatto di guerra e bombe e missili e fughe e fame. Un peggio fatto di donne umiliate, oppresse, violentate nel corpo e nell’anima – e sempre, quando una donna subisce l’oltraggio estremo, spunta accanto a lei un’altra donna che l’abbraccia stretta, e l’accarezza, e la spoglia e la lava e la culla parlandole dolcemente perché sa esattamente che cosa sta provando quella donna, e perché questo è il modo più giusto per ripagare la donna che a sua volta, quando era toccato a lei, l’aveva abbracciata e accarezzata e spogliata e lavata e cullata … perché quasi non c’è donna, in questo mondo in cui ogni millimetro di pelle visibile è considerato diabolica provocazione, quasi non c’è donna che, per quanto racchiusa in una prigione di stoffa, non sia finita vittima della bestialità di uomini che si ritengono depositari, nei loro confronti, di ogni diritto, primo fra tutti quello di disonorarle – e di disprezzarle poi per essere state disonorate.
Ci conduce con mano ferma, Shirin-Gol, che è anche andata a scuola, quando c’erano i russi, anche se suo padre non voleva, perché lo sanno tutti che le donne che imparano a leggere e a scrivere diventano tutte puttane. Ci conduce di caduta in caduta, di orrore in orrore, fino all’inferno supremo, quello dei talebani, sotto il cui dominio regna l’arbitrio totale, e le donne devono smettere di esistere mentre loro si trastullano coi ragazzini. E in mezzo a tanto orrore, tuttavia, troviamo pagine di sublime bellezza, come questa.

Le donne si accovacciano accanto a lei e si aspettano che compia il miracolo. Osservano ogni suo movimento, ascoltano ogni suo respiro, bevono ogni singola parola che esce dalla sua bocca, eseguono tutti i suoi ordini.
Bibi-Deljan, l'anziana del villaggio, siede dietro la testa di Abine, muove in silenzio le labbra e sgrana le perle del suo rosario prima in un verso, poi nell'altro. Mani solcate da vene blu, che sembrano fiumi nelle montagne, sgranano i chicchi del rosario. Bibi-Deljan è tutta una ruga, non ha più un solo centimetro di pelle liscia. Pieghe e rughe che somigliano alle creste e alle rocce della montagna dove vive. Bibi-Deljan, la donna che sembra fatta di roccia. Eretta. Immobile. Testa di roccia. Spalle di roccia. Gambe di roccia. Braccia di roccia.
Nulla si muove in Bibi-Deljan; soltanto le labbra mute e le dita ossute, con le quali sgrana le perle del rosario, prima in una direzione e poi nell'altra. Siede lì e non stacca gli occhi da Shirin-Gol. Come se volesse tessere, fra lei e Shirin-Gol, un filo invisibile. Come se, attraverso quel filo, potesse penetrare nel suo corpo, nella sua testa, nella sua anima, nel suo sangue, nelle sue braccia, nelle sue gambe, in ogni capello. Come se, attraverso quel filo, volesse trasmettere a Shirin-Gol tutto ciò che i suoi occhi hanno visto, ogni pensiero che la sua mente ha prodotto. Come se le voci e i rumori nella piccola capanna potessero scomparire. Come se i colori potessero scomparire. Il volto della madre di Abine perde prima gli occhi, poi il naso, le orecchie; la bocca si trasforma in un buco nero. Poi anche tutti gli altri visi perdono occhi, naso, orecchie; tutte le bocche si trasformano in un buco nero. Soltanto il volto della donna di roccia continua ad avere occhi, naso, orecchie e bocca. Una bocca che mormora, muta. Tutto è tranquillo. Shirin-Gol chiude gli occhi, sente che le gira la testa. Cerca di riprendersi. Shirin-Gol perde tutte le parole, tutti i pensieri tranne uno. Soltanto un pensiero resta chiaro nella sua testa che gira vorticosamente. Non vede più occhi, non vede più orecchie, ora vede solo buchi neri, là dove, fino a un attimo prima, c'erano bocche.
"Potrei andarmene, lasciare la capanna" pensa Shirin-Gol. "Nessuno se ne accorgerebbe. Non ho il diritto di intromettermi nei piani di Dio."
«È proprio per volontà di Dio, invece, che tu sei qui ad aiutare» dice Bibi-Deljan con voce dolce e tranquilla.
La madre di Abine riacquista occhi, naso, orecchie, bocca. Le sfugge un grido soffocato, come se avesse visto un fantasma. Mette una mano sulla bocca, con l'altra artiglia le gonne. «La-elah-ha-el-allah» esclama.
«Sono due inverni e due estati che Bibi-Deljan non ha più aperto bocca. E ha ritrovato la lingua ora, mentre mia figlia muore.»
Bibi-Deljan, la muta donna di roccia, ha ritrovato la parola. La madre di Abine ha riacquistato la bocca e la voce stridente. La donna di roccia non stacca i suoi occhi da Shirin-Gol, continua a sgranare il rosario, prima in una direzione e poi nell'altra.


E sempre si fa strada, in Shirin-Gol e nelle altre donne, una parola magica: resistenza. Parlare fra donne: resistenza. Sollevare per un istante la prigione del velo per sentire il vento sul viso: resistenza. Riuscire per un momento a sorridere: resistenza. Insegnare di nascosto alle bambine a leggere e a scrivere: resistenza. Sopravvivere: resistenza, resistenza, resistenza! E allora noi che viviamo sicuri nelle nostre tiepide case, noi che troviamo tornando a sera il cibo caldo e visi amici, dedichiamo a queste nostre infelici sorelle almeno il dono gratuito della nostra attenzione.

Siba Shakib, Afghanistan, dove Dio viene solo per piangere, Piemme



barbara

Pubblicato il 10/8/2008 alle 13.39 nella rubrica Diario.

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