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HO VISTO COSE (2)

E ho sentito una babele di lingue, ma su tutte dominava il russo, anche più dell’ebraico. Molti fortunatamente parlavano anche l’inglese, ma non tutti. Non per esempio Tania, la massaggiatrice terapeutica che mi lavorava i fasci muscolari e le articolazioni – ma con una specialissima predilezione per il culo, che mi massaggiava con l’olio caldo con particolare intensità ed energia, salendo ogni tanto con le ginocchia sul lettino, a volte dalla parte della testa, a volte dalla parte dei piedi, creando aggrovigliamenti sulla cui innocenza un eventuale ignaro spettatore che fosse entrato all’improvviso difficilmente avrebbe scommesso cinque lire. E non lo parlava la bellissima etiope che mi rifaceva la camera: parlava solo ebraico, e di conseguenza non sono mai riuscita a trovare il modo di farle capire che nel letto, per coprirmi, volevo un lenzuolo.
E poi ho visto arabi: centinaia di migliaia di milioni di miliardi di arabi, sciami di arabi, maree di arabi, nel mio albergo e in tutti gli altri, pieno di arabi dappertutto. Le donne alcune con preziosi broccati di seta, altre con palandrane lerce luride bisunte, ma tutte, tranne una, rigorosamente velate. Gli uomini alcuni con la tunica candida e quella particolare specie di keffiya bianca fissata con due anelli neri intorno alla testa che portano normalmente nella penisola araba, altri con il camicione grigio, un paio in maniche di camicia; la maggior parte con una moglie ma qualcuno con due. Una volta ne ho addirittura visto uno che si portava da solo il piatto con il cibo al tavolo, mentre la moglie portava solo il proprio. Arrivati loro, si è finito di dormire perché per tutta la notte dalle loro camere arrivavano strepitamenti e televisioni a tutto volume. Non sto dicendo che tutti gli arabi siano incivili o che solo loro siano incivili, per carità, però è un fatto che a sbraitare e a tenere la televisione a tutto volume per tutta la notte erano solo loro. Così come con nessun altro mi era mai capitato, in tutta la mia vita, di vedere qualcuno pretendere di entrare nell’ascensore senza lasciar prima uscire chi ci sta dentro – se non per educazione, almeno per praticità. E dato che io ero davanti alla porta perché dovevo, appunto, uscire, e in due nell’apertura di un ascensore non ci si sta, sono stata scaraventata in un angolo con una violenta spintonata. Comunque ho finalmente capito perché fra gli arabi l’aspettativa di vita è inferiore a quella degli europei e di altri popoli: schiattano a forza di ingozzarsi nella maniera più inverosimile che abbia mai visto. Magari con un uso, non di rado, alquanto approssimativo delle posate. In spiaggia ci andavano poco o niente, più che altro stazionavano nel salone dell’albergo – uomini e donne rigorosamente separati – dalla mattina alla sera, salvo brevi uscite delle donne, che tornavano poi cariche di gigantesche borse piene di creme oli sali fanghi unguenti maschere …
E ho visto mutilati, tanti tanti mutilati, orrendi moncherini maciullati portati con immensa dignità, non esibiti e tuttavia non nascosti, semplicemente tenuti con la naturalezza con cui si tiene ciò che fa parte della normale quotidianità. Con visi sorridenti. Sereni. Solari. E mi sono commossa.


aspettando l'alba 1


aspettando l'alba 2


aspettando l'alba 3 (tanto con gli arabi in circolazione non è che ci fosse molto altro da fare ...)

barbara

Pubblicato il 16/4/2008 alle 11.21 nella rubrica Diario.

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