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OSSA NEL DESERTO

Il deserto è quello che circonda Ciudád Juarez,



cittadina al confine tra il Messico e gli Stati Uniti.



E le ossa sono quelle delle centinaia di donne rapite, violentate, assassinate, mutilate (ma forse, a volte, prima mutilate e poi assassinate). Ogni tanto questa drammatica vicenda che si trascina ormai da una buona quindicina d’anni fa capolino nei nostri mass media, ogni tanto qualcuno tenta di denunciare questo incredibile dramma, ma l’attenzione dura poco, e si rivolge presto altrove. Si sa poco di questa storia, ci viene raccontato. È tutto avvolto nel mistero, ci viene detto. È una vicenda dai contorni sfumati, ci viene dato a bere. Non è vero: di questa storia si sa tutto. Si sa chi, si sa quando, si sa come, si sa dove, si sa perché. Il problema non è la mancanza di notizie, il problema è un altro: il problema è che i nomi coinvolti sono troppo grossi, e troppo vasti gli interessi collegati, e troppo stretti i legami con i vertici delle istituzioni. Ed ecco allora spuntare dal nulla il colpevole perfetto: arabo, alcolizzato, pregiudicato per tutta una serie di violenze sessuali. E se poi, quando lui è in galera, sparizioni e uccisioni continuano? Niente paura, abbiamo la spiegazione: è lui che paga dei sicari per far credere che non era stato lui neanche prima - ma noi che siamo furbi non ci lasciamo mica abbindolare. Ecco, non appena qualcuno denuncia la scomparsa della figlia, o non appena viene ritrovato un cadavere, prima ancora che si sia cominciato a indagare, o prima ancora che sia stato identificato il corpo, provvedere immediatamente a informare l’opinione pubblica che lei comunque era una poco di buono, aveva una doppia vita, e insomma se l’è proprio andata a cercare. Ecco conferenze stampa in cui si annuncia che i casi sono praticamente tutti risolti. Ecco sparire, oltre alle donne, anche giornalisti e investigatori. Ecco che, quando un’avvocatessa coraggiosa si rifiuta di lasciarsi intimidire, si spara a suo figlio. Ecco, quando uno scrittore con molto pelo sullo stomaco scrive un libro – questo – con nomi e cognomi e indirizzi e fatti e circostanze e documenti, e le minacce di morte non bastano a fermarlo, passare agli agguati. C’è tutto, in questo libro – ci sono anche quelle terrificanti venti pagine del capitolo 18, “Vite spezzate”, riempite unicamente di nomi, età e condizioni del cadavere – o di ciò che ne è rimasto – al momento del ritrovamento. Serve uno stomaco piuttosto robusto, per affrontare questo libro, però bisogna leggerlo: almeno come omaggio postumo alle centinaia di vittime innocenti di persone senza cuore e senza scrupoli, e di una cultura in cui basta nascere donne per perdere ogni diritto al rispetto, ogni diritto alla dignità, ogni diritto alla vita. (Pubblicato – pubblicando? Pubblicaturo? – su LibMagazine)

Sergio González Rodríguez, Ossa nel deserto, Adelphi



barbara

Pubblicato il 1/4/2008 alle 3.31 nella rubrica Diario.

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