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BLACK-OUT A GAZA

Lo sapete come si fa a fabbricare un black-out? È semplicissimo, guardate, davvero la cosa più semplice del mondo: basta fare qualche foto. Per esempio una così,



con i poveri parlamentari costretti a riunirsi con le candele, e diffonderla. L’importante è non riprendere la scena da quest’altra angolazione,



perché se lo fate, allora casca l’asino, e c’è pure il rischio che si spacchi le zampe, che è una cosa che fa un male bestia, credete a chi lo sa. Oppure, meglio ancora, riprendere un povero neonato prematuro nella sua incubatrice fredda e buia



(che uno poi potrebbe dire: ma perché diavolo lo lasciano lì dentro nudo, se l’incubatrice non funziona, e non lo tirano invece fuori per coprirlo almeno con una copertina? Ma questa è un’altra storia), e sicuramente morirà per colpa di questo maledetto embargo messo in atto dai criminali nazisti con la stella di David: cosa può esserci di meglio della sofferenza di un bambino per smuovere gli animi, per provocare una sana e onesta indignazione contro chi li fa soffrire? Certo che se poi a qualcuno venisse in mente di riprendere l’incubatrice da un po’ più in là, da qui, per esempio,



con in bella mostra addirittura il computer funzionante, come si vede dal monitor, beh, allora sono cazzi acidi per chi ha montato tutta questa messinscena. O meglio, sarebbero cazzi acidi, se fossimo in buona fede, ma siccome a noi non interessano i fatti, bensì unicamente ciò che – vero o falso che sia – serve ad alimentare il nostro odio, allora va bene lo stesso: con o senza seconde immagini, con o senza documenti, con o senza prove delle menzogne che ci sono state propinate, noi continueremo comunque a provare un’immensa compassione per i poveri palestinesi sull’orlo dell’estinzione e un immenso odio per i perfidi – o yes, sempre loro, incorreggibili! – che li stanno annientando. Amen (qui tutto l’articolo).

barbara

Pubblicato il 8/2/2008 alle 0.36 nella rubrica Diario.

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