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TRADITA

Mayada si chinò su di lei. «Risparmia le forze.»
«Non riesco a camminare, ma posso parlare.» Con un sorriso, chiuse gli occhi e bisbigliò:
«Nell'ultima prigione in cui sono stata c'era una poesia graffita sul muro da una qualche povera, disgraziata donna senza nome morta lì. Volevo mantenere in vita una piccola parte di lei, così l'ho imparata a memoria, e tutti i giorni me la ripeto».
«Più tardi ce la dirai», la incoraggiò la dottoressa Sabah. «No, per favore, lascia che la reciti adesso.» Mayada guardò la dottoressa Sabah, che annuì. «Va be­ne. Ma non ti stancare.»
Il viso e il corpo di Samira si contrassero e, fra molte in­terruzioni, recitò i versi che aveva mandato a memoria con tanta cura:

Mi hanno portata via da casa
mi hanno presa a schiaffi quando chiamavo i miei figli
mi hanno gettata in prigione
mi hanno accusata di colpe che non avevo commesso
mi hanno interrogata con le loro dure accuse
mi hanno torturata con le loro mani crudeli
mi hanno spento sigarette sulla carne
mi hanno tagliato la lingua
mi hanno stuprata
mi hanno tagliato i seni
ho pianto in solitudine, di dolore e di paura
mi hanno condannata a morte
mi hanno messa al muro
ho chiesto pietà
mi hanno sparato in mezzo agli occhi
hanno gettato il mio corpo in una misera fossa
mi hanno sepolta senza sudario
e, dopo la mia morte, hanno scoperto che ero innocente.
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Mayada, invece, grazie al fatto di essere, oltre che innocente, anche membro di una delle più nobili e potenti famiglie irachene, dalla cella 52 riesce, fatto più unico che raro, ad uscire viva, dopo essere stata torturata una sola volta. Per questo è in grado di offrirci la sua lucida e straziante testimonianza diretta di ciò che avveniva nelle prigioni di Saddam Hussein. Se avete abbastanza pelo sullo stomaco leggetelo. Se non lo avete, almeno provateci.

Jean Sasson, Tradita, Sperling & Kupfer



barbara

Pubblicato il 16/1/2008 alle 12.0 nella rubrica Diario.

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