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IL CACCIATORE DI AQUILONI

Un giorno, nello studio di Baba, gli raccontai ciò che ci aveva insegnato il Mullah Fatiullah Khan. Si stava versando un whisky. […] «Se quello che mi ha detto il mullah è vero, tu sei un peccatore, Baba?» […] «Fregatene di quello che dicono quelle scimmie presuntuose. Non sanno fare altro che contare i grani del rosario e recitare un libro scritto in una lingua che neppure capiscono.» Prese il bicchiere e bevve un altro sorso di whisky. «Dio ci scampi e liberi se l’Afghanistan dovesse cadere nelle loro mani.» […] «Se Dio esiste, spero che abbia cose più importanti da fare che spiare se bevo alcolici o mangio carne di maiale.»

Mi rimaneva un’ultima possibilità di prendere una decisione. Di decidere che tipo di persona sarei diventato. Avrei potuto tornare nel vicolo, difendere Hassan, come lui aveva difeso me decine di volte, e affrontarne le conseguenze. O scappare.
Scappai.

E allora Baba fece qualcosa che non gli avevo mai visto fare. Scoppiò a piangere. Mi sconvolse vedere un adulto singhiozzare. I padri non piangono. «Per favore» li implorava, ma Ali era già alla porta, seguito da Hassan. Non dimenticherò mai la voce di Baba, né il dolore e la paura che sentii nella sua supplica.

Se fossi stato protagonista di uno dei film indiani che Hassan e io amavamo, a quel punto sarei uscito correndo a piedi nudi nella pioggia torrenziale e avrei inseguito la macchina, urlando perché si fermasse. Avrei trascinato fuori Hassan e gli avrei detto, mentre le mie lacrime si mescolavano alla pioggia, che mi dispiaceva. Ci saremmo abbracciati sotto il diluvio. Ma non ci trovavamo in un film indiano. Mi dispiaceva davvero, ma non piansi e non inseguii la macchina. Rimasi a guardare la Mustang di Baba sparire dietro la curva portandosi via la persona la cui prima parola era stato il mio nome.

«A questo mondo, Amir, ci sono solo tre paesi che contano» mi diceva. E li enumerava sulla punta delle dita: l’America innanzitutto, la Gran Bretagna e Israele. «Gli altri …» faceva un gesto con la mano come per scacciare una mosca fastidiosa «… sono delle vecchie pettegole.»
Il suo giudizio su Israele attirava le ire degli afghani di Fremont che lo accusavano di essere filoebraico e di fatto antiislamico. Baba si incontrava con i nostri connazionali nel parco e li faceva impazzire con le sue discussioni. «Quello che non capiscono» mi diceva tornando a casa, «è che la religione non c’entra niente.» Secondo Baba, Israele era un’isola di “veri uomini” in un mare di arabi troppo occupati a ingrassare con l’oro del petrolio per prendersi cura della loro stessa gente. «Israele fa questo, Israele fa quello» diceva scimmiottando l’accento arabo. «Allora fate qualcosa voi! Prendete l’iniziativa! Siete arabi, perché non aiutate i palestinesi?»
Detestava Jimmy Carter, che chiamava “il cretino con i dentoni”.

È un libro duro, Il cacciatore di aquiloni. Dal quale si ricevono un bel po’ di cazzotti allo stomaco. Però bisogna leggerlo. Perché è bellissimo. E perché ci fa vedere dal di dentro un bel po’ di quelle cose che noi, anche i meglio informati, conosciamo di solito solo dal di fuori.

Khaled Hosseini, Il cacciatore di aquiloni, Piemme



barbara

Pubblicato il 9/1/2008 alle 11.57 nella rubrica Diario.

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