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EVVIVA! CI ARRENDIAMO

Per un pelo non diventavo un terrorista anch'io. Le premesse c'erano tutte. I miei genitori, sopravvissuti entrambi alla guerra grazie a una serie di circostanze avventurose, caddero l'uno nelle braccia dell'altra e mi misero al mondo dopo la Liberazione. Traumatizzati com'erano, io rappresentavo ai loro occhi la prova che poteva ancora esserci una vita, dopo. Fin da piccolo, di conseguenza, fui caricato di aspettative che non potevo soddisfare. Quando non volevo mangiare gli spinaci mi rimproveravano ripetendo: «Cosa avremmo dato nel lager per poter avere della verdura!». Se mi rifiutavo di lasciarmi tagliare i capelli mi raccontavano di come nel lager l'igiene fosse importante e che anche per un solo pidocchio si poteva morire. Quando rincasavo dopo mezzanotte mi toccava la storia del coprifuoco nel ghetto. Se poi uscivo con la ragazza sbagliata - e di giuste non ce n'erano, dal momento che tutti i padri tedeschi avevano prestato servizio nelle SS - mi urlavano: «È forse per questo che siamo sopravvissuti?».
Ma la vergogna e le umiliazioni non cessarono neanche quando i miei genitori incominciarono a lasciarmi relativamente in pace. A palla prigioniera non riuscivo mai a liberarmi e la squadra che mi catturava finiva sempre per stravincere. Ai Giochi della Gioventù non ricevetti neanche un premio di consolazione, e le prime esperienze con le ragazze furono così catastrofiche che divennero imbarazzanti persino i sedili ribaltabili della mia Opel Kadett.
Crescendo, crebbe anche la mia rabbia: rabbia verso i miei isterici genitori, quegli stupidi sgobboni, e rabbia verso i miei amici, che mi chiedevano in prestito i dischi di Armstrong e si portavano a casa le ragazze che arrivavano alla festa con me. Mi arrabbiavo così tanto da provocarmi gastriti che passavano soltanto quando al loro posto subentrava l'asma. E mentre gli altri imparavano a cavarsela con i preservativi, io conoscevo già fin troppo bene i disturbi psicosomatici.
Malgrado tutto, è difficile spiegare a posteriori perché non mi sia mai venuto in mente di diventare terrorista. Lessi I dannati della terra di Frantz Fanon e Psicologia di massa del fascismo di Wilhelm Reich, ma per fortuna non ebbi modo di conoscere gli scritti di Horst Eberhard Richter e di Margarete Mitscherlich.
Sarei stato il tipico folle che se ne va in giro uccidendo a caso: figlio di genitori squilibrati, solo, disperato, frustrato e carico di tensione come una botte piena di dinamite sul Bounty. Avrei fatto la felicità di ogni assistente sociale e nel mio caso esemplare gli psicoterapeuti avrebbero trovato pane per i loro denti. La «M» del mio nome non stava per Modesto», bensì per mildernde Umstände [circostanze attenuanti, N.d.T.]. Ciò che mi mancava, però, era l'impulso a vendicarmi sul mondo. Non esistevano ancora né Internet né videocamere, e io non sarei sicuramente stato in grado di tagliare la testa a qualcuno, se non altro perché durante la lezione di biologia mi era bastato sezionare un lombrico per sentirmi male.
Non potendo diventare terrorista, non mi rimase altra scelta che fare il giornalista. Un'attività per nulla apprezzata, probabilmente ancora meno di quella del terrorista: quest'ultimo può contare infatti sulla comprensione della società, sul fatto che al momento dell'arresto gli vengano letti i suoi diritti e soprattutto sulla tendenza dell'opinione pubblica a interrogarsi per prima cosa sulle sue presunte motivazioni, chiedendosi se un terrorista avrebbe potuto davvero agire altrimenti e se la responsabilità delle sue azioni non sia forse imputabile più alla società che a lui.
Lo ammetto, sono un po' invidioso dei terroristi. Non tanto per l'attenzione che attirano su di sé, quanto per le pulsioni idealistiche che vengono attribuite o meglio ancora conferite loro. Chi ruba un'auto e a un incrocio provoca un incidente mortale è un delinquente. Chi con una bomba nello zaino fa saltare in aria un bus compreso di passeggeri è un martire, un uomo esasperato, umiliato e disperato a cui non rimanevano alternative. Ciò che più di ogni altra cosa invidio ai terroristi è il rispetto che viene tributato loro. Non appena ne emerge la totale mancanza di scrupoli, scendono in campo fior di esperti pronti a spiegare che si dovrebbe smettere di provocarli, mostrandosi piuttosto aperti al dialogo, disposti a negoziare, a cercare un compromesso e ad aiutarli a salvare la faccia. Perché solo così li si potrebbe riportare alla ragione prima che accada di peggio.
A un simile atteggiamento si dà il nome di appeasement, e proprio di questo mi accingo a parlare.

Dove si dimostra che per parlare seriamente di cose serissime non è affatto necessario scrivere dei mattoni. Io l’ho letto e l’ho goduto, e dunque, poiché vi voglio bene, vi offro l’opportunità di godere anche voi – castamente, così non fate neanche piangere il papa e la Binetti – leggendovi questo serissimo e gioiosissimo libro.

Henryk M. Broder, Evviva! Ci arrendiamo, Lindau



barbara

Pubblicato il 10/12/2007 alle 20.27 nella rubrica Diario.

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