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INCONTRO

Quando la mamma di G. è venuta per la prima volta a udienza, si è portata dietro C., la figlia più piccola. Che quando mi ha vista è stata colta all’istante da un vero e proprio raptus: è corsa verso di me, mi ha dato la mano, mi è voluta venire in braccio e per tutto il tempo del colloquio con sua madre è rimasta a contemplarmi a bocca aperta. Qualche tempo dopo l’ho incontrata per strada: appena mi ha scorta ha cominciato a correre e quando mi è stata davanti ha spiccato il salto e mi è volata in braccio.
Un paio d’anni dopo sua madre, signora dall’irrequieta vita sentimentale che con ogni uomo che cambia ci fa un figlio, ha avuto un’altra bambina, e C. è diventata la sua baby-sitter: la più attenta, la più sollecita, la più affidabile che si possa immaginare.
Qualche giorno fa l’ho rincontrata. Adesso è arrivata alle medie anche lei, e mi ha vista in cortile, mentre facevo sorveglianza: subito mi è corsa incontro, mi ha abbracciata e mi ha a lungo tenuta stretta, strofinandomi la testa sul braccio, e poi guardandomi, e poi di nuovo stringendomi, con un sorriso da un orecchio all’altro, ebbra di felicità.
C. è una bambina Down. Di quelli che qualcuno trova giusto e lecito buttare nella discarica. Di quelli che qualcuno si rammarica solo quando – per legittima difesa, secondo me – sentono arrivare il coltello del carnefice e all’ultimo momento si spostano, e il coltello del carnefice raggiunge la vittima “sbagliata”. Quelli che Hitler chiamava “lebensunwerte Leben”: vite indegne di essere vissute – e gli emuli sono tanti, oh se sono tanti.

barbara

Pubblicato il 5/11/2007 alle 15.26 nella rubrica Diario.

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