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NOVANT’ANNI FA LA RIVOLTA CONTRO I RINCARI DEL PANE. UN MASSACRO DIMENTICATO

Talmente dimenticato che non ne avevo mai sentito parlare. Per fortuna abbiamo il buon Gian Antonio Stella che, oltre a denunciare gli osceni sprechi e ruberie perpetrati da amministratori e governanti, ci aiuta anche a recuperare storie dimenticate o ignorate come questa.


Nel 1917 il popolo di Torino si ribellò, l'esercito intervenne, ci furono 60 morti


«Troppi rincari per il pane: sciopero». Fa un certo effetto, in queste torride giornate di fine agosto, leggere certi titoli d'agenzia. Proprio in questi giorni cade un anniversario sfuggito praticamente a tutti. Quello della tragica sommossa per il pane scoppiata a Torino nel 1917. Sommossa che, nei sogni confusi dei rivoltosi, avrebbe dovuto segnare l'inizio di una rivoluzione simile a quella sovietica di pochi mesi prima, con la ribellione delle truppe che, stanche dalla «guerra imperialista», avrebbero dovuto unirsi «affratellandosi» agli insorti. E che finì invece in un bagno di sangue: sessanta morti. Dei quali una decina di militari e una cinquantina di operai, ragazzi, massaie. La più vecchia si chiamava Maria Labbà e aveva (età avanzatissima, allora) 72 anni. Il più giovane si chiamava Mario Penasso, faceva il meccanico e di anni ne aveva 16: «Quando la nostra barricata cominciò ad andare in pezzi sotto i colpi della cavalleria, ci disperdemmo per via Nizza sotto la pioggia dei proiettili delle mitragliatrici - avrebbe scritto nelle sue memorie Celestino Canteri -. Davanti alla farmacia Tetti Frè ci riparammo in un portone. Penazzo non entrò. Suo fratello era lungo e disteso dall'altra parte della strada. Penazzo lo chiamava, chino su di lui. Continuò a chiamarlo senza avere il coraggio di toccarlo. Il fratello non rispondeva, non si muoveva. Penazzo piangeva e continuava a chiamarlo incurante dei proiettili che picchiavano sulle pietre. Da sotto il corpo e sulla schiena di suo fratello si allargava una macchia di sangue che sembrava non finire mai». Era cominciato tutto poco dopo Ferragosto quando, in quella Torino in cui stavano crescendo leader come Antonio Gramsci, Palmiro Togliatti, Angelo Tasca, Luigi Longo, mentre i principali esponenti socialisti erano fuori città (solo Giacinto Menotti Serrati si precipitò da Milano, ma per rientrare il giorno dopo), la crisi di produzione di pane si fece più acuta. «E' incominciato il processo ideale del regime - scriveva il 18 agosto Gramsci -, è incominciata la sua dichiarazione di fallimento, esso ha perduto la fiducia istintiva e pecorile degli indifferenti, perché ha chiuso troppi sportelli. Ha socchiuso ora un altro sportello: quello della vita, la bocca del forno, la porta del magazzino granario. Lo chiuderà del tutto? La domanda angosciosa si propaga nelle lunghe file di donne che fanno la coda alle cinque del mattino dinanzi alle panetterie». La mattina di mercoledì 22 agosto, ricordano Angelo Castrovilli e Carmelo Seminara, «il pane mancava praticamente in tutte le panetterie. Una delegazione della Barriera di Milano fu ricevuta dal Sindaco, barone Leopoldo Usseglio. Lo stesso giorno si ebbero i primi scioperi (...) e nelle vie attorno al municipio si verificarono i primi incidenti e i primi saccheggi di negozi». Gli scontri andarono avanti fino a domenica. Barricate, trattative, scontri con l'esercito, tentativi di assalto ai palazzi di quella che era stata la prima capitale d' Italia, «espropri» nelle salumerie e in vari negozi di armi. Inutili tentativi di accordo alternati alla voglia di dare una dura lezione ai bolscevichi nostrani anche attraverso l'arresto di un po’ di leader sindacali moderati che, come avrebbe scritto molti anni dopo Renzo Del Carria con bellicoso spirito sessantottino, avrebbe aggravato le cose: «La folla operaia, rimasta ora senza dirigenti riformisti-borghesi, può finalmente esprimere il suo odio di classe contro la guerra in maniera aperta». Finì, come si diceva, in una carneficina. Dimenticata e rimossa come tante altre. Un peccato: studiare ciò che accadde allora, le ragioni e i torti, avrebbe aiutato a capire meglio. Che ce ne facciamo, di una storia piena di buchi? (Gian Antonio Stella, Corriere della Sera, 29 agosto 2007)

Pare che si stia diventando degli autentici specialisti, in effetti, di Storia e di storie piene di buchi. Cerchiamo allora di cominciare a riempirne qualcuno per cercare, come ci invita Gian Antonio Stella, di capire meglio.


barbara

Pubblicato il 31/8/2007 alle 14.5 nella rubrica Diario.

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